Quando corso Italia era il nostro social: dai fricchettoni del Pastori ai gruppi storici come il Guerrieri - Video

Un gruppo di giovani in corso Italia (foto Domenico Finno)

Speciale amarcord. Dagli anni Settanta agli anni Ottanta, centinaia di giovani ogni giorno riempivano il centro di Piombino: la storia dei gruppi che hanno caratterizzato la città. In fondo all'articolo come inviarci i vostri contributi

«Ci si trova in Piombino». Se arrivavi in città, venivi «a» Piombino. Se andavi «in» Piombino, andavi in centro. In corso Italia, cuore della città.

Il modo di dire è rimasto ma sono cambiate molte abitudini. In corso Italia oggi si fanno le passeggiate, mentre per quelli che hanno sui sessant’anni o giù di lì si facevano le «vasche». Come se quella strada fosse stata una piscina lunga e stretta da percorrere a nuoto su e giù, in moto perpetuo. A meno che tu non avessi una certa anzianità di servizio o anagrafica: allora disponevi di uno spazio tutto tuo. Un muro, un marciapiede, uno scalino. Un piccolo stato indipendente.

Negli anni Settanta e Ottanta la crisi dell’industria non aveva ancora piegato e spopolato la città e i commercianti continuavano a fare affari. Turismo ancora non pervenuto, coscienza ambientale neanche, spiagge selvagge e pochi insediamenti abusivi. Si continuavano a godere gli ultimi effetti del benessere regalato dalla siderurgia. Le tensioni politiche erano forti ma a Piombino, va detto, gli anni di piombo si vivevano da lontano. Erano ancora gli anni dell’acciaio, piuttosto.

Per i giovani, sul fronte del divertimento c’era poco. Anche se in quel poco erano ancora compresi tre cinema, biblioteche, negozi di musica, tutto quello che profuma di cultura e che oggi rimpiangiamo. Le discoteche no, non c’erano. A parte il Samanta, che apriva una domenica sì e tre no (il Joy’s arrivò negli anni Novanta). Per ballare d’estate andavi alla Casa rossa, oppure giravi tra il Calidario di Venturina, il Gigliola di Follonica, il Delfino, la Lanterna, il Paradisino di San Vincenzo. Altrimenti andavi «in Piombino» a ripetere i soliti riti: il ciao, il bacino, la battuta, la sigaretta, lo scherzo. E le vasche. E se volevi sentire un po’ di musica, passavi davanti a Crash dove Florio Imparata e gli altri dj ti spettinavano.

Che fossero più o meno impegnati socialmente o politicamente, anche allora i giovani avevano un bisogno comune: incontrarsi. Stare insieme. Non c’erano telefonini né computer. Non c’era modo di restare connessi e per godersi gli amici bisognava andarseli a cercare nelle case. O al bar. Oppure in corso Italia. Quello era il nostro Facebook. Il corso si riempiva nel tardo pomeriggio di tutti i giorni, feriali e festivi. E si svuotava la sera. La movida cominciava intorno alle cinque e finiva all’ora di cena. O anche un po’ prima, se dovevi correre a casa a guardare “Happy days”. Giorni fa abbiamo ripercorso l’epopea del Lunapark, ricordando come nel mese delle feste natalizie l’esercito dei giovani si trasferisse da corso Italia ai calcinculo e ai cannoncini. Ecco: finite le feste, tutti quei ragazzi tornavano alla base. Tornavano «in Piombino».

Il percorso dello struscio era diviso in tre tappe: dalla gelateria Pellegrini (dove oggi c’è il Twenty caffè) al Metropolitan, da qui al Comune, dal Comune a piazza Bovio. Potevi fare il percorso corto o quello lungo.

C’erano gruppi stanziali, che di solito prendevano il nome del locale davanti al quale si radunavano. C’era il gruppo del Pastori, dal nome della pasticceria all’angolo con via Ferrer. Erano quelli più grandi, alternativi e radicati nei Settanta. All’inizio era considerato «il gruppo dei drogati». In realtà girava solo il fumo, le sostanze pesanti arrivarono dopo.

L’altro gruppo storico e numerosissimo era quello del Guerrieri, che prendeva il nome dal negozio all’angolo con via Lombroso. Poi c’erano quelli del Semaforo Rosso-Red light. C’era il Fire Club. C’erano quelli del Bar Cristallo e più tardi il gruppo del Magic Moment. E quelli che si stabilirono al Sarsaparilla, la prima birreria aperta da Romano Zuffi e Luigi Benati.

Altri ragazzi provenivano dal centro storico, ancora conosciuto come Trastevere. Nell’ora dello struscio risalivano la corrente come salmoni e si mischiavano con il resto del branco fluttuante. Nel branco c’erano gruppi strutturati ma che non avevano una sede fissa in corso Italia. Come i Blue Lice, i ragazzi dei portici di via Petrarca. O come quelli di Norina, il bar di via de Sanctis, cresciuti nel vicino campino da calcio e che in corso si trovavano sotto l’orologio, accanto al Piccolo Mondo. Zona poi occupata stabilmente dai Magic Floyd di Maurizio Cantagalli e dei gemelli Ruffoli. C’erano i ragazzi del Bar Stella e quelli del Bar Sirena. C’erano anche quelli che trascorrevano gran parte delle loro giornate nelle riserve come gli indiani: per esempio i diaccionesi del Bar Bronx o i ragazzi del Bar Sport. O il gruppo del Bubusette, i più grandi, che avevano un fondo. Ma anche tutti loro, gira gira, una vasca in corso se la facevano.

Ne dimentichiamo molti, certo. I gruppi nascevano come funghi, ma i più si scioglievano in breve tempo.

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IL PASTORI

Gruppo leggendario. Erano i fricchettoni di Piombino, gli anticonformisti, gli alternativi. Jeans scampanati, capelli lunghi e chitarre, ma anche hashish e marijuana. I benpensanti dell’epoca non li vedevano di buon occhio. Era praticamente un circolo chiuso ma conosciutissimo, tanto che finì in una guida ai luoghi freak d’Italia. All’epoca si girava molto in autostop e chi passava da Piombino pioveva al Pastori.

«Cominciammo a trovarci lì nel’71-’72 ed eravamo in pochi – racconta Federico Botti – io, mio fratello Daniele, Pietro Sabatini, Alessandro Lucchesi, Lianella Livaldi, Massimo Panicucci, Giuliano Giulianetti e altri. Spesso portavamo le chitarre e ci mettevamo a suonare, seduti sui gradini della pasticceria. Il gruppo si allargò e a un certo punto ci spostammo al bar di Capello». Cioè l’attuale bar La Bella vita, di Franco Giannelli. «Lì c’era il biliardo e c’erano i primi videogiochi elettronici – prosegue Federico – Il Pastori era nato come aggregazione marginale riservata a una determinata tipologia di giovani. Non so se sia stato il primo. Per esempio di fronte a noi c’era il gruppo di Claudio Jonta. Lui aveva cinque anni più di noi e apparteneva alla generazione degli anni Sessanta. Anche nell’abbigliamento: jeans Sisley a vita alta, camicia bianca aperta sul petto, scarpe a punta e occhiali Rayban. Ma questa è un’altra storia. Sicuramente il Pastori era il gruppo più pittoresco. Quando abbiamo lasciato il territorio, il nome del gruppo è rimasto lì, ma negli anni Ottanta si è imborghesito».

IL GUERRIERI

Appoggiati alla balaustra davanti al Guerrieri (foto Domenico Finno)


Se ci fosse stata una hit dei gruppi più popolari, il Guerrieri sarebbe stato al primo posto.

«Corso Italia era davvero il nostro Facebook – racconta Riccardo “Ciccio” Parrini – Ci si trovava lì, alla balaustra, appoggiati o seduti sul marciapiede accanto all’Excelsior. Era il punto più strategico, in prima fila a osservare il passeggio. Eravamo davvero tanti e, cosa curiosa, avevamo quasi tutti il Dyane color caffellatte. La domenica pomeriggio andavamo a ballare al Calidario. O al Blue bird di Fiorentina, il locale che Florio aprì all’inizio degli anni Ottanta».

Il Guerrieri era anche il gruppo di riferimento dei giovani calciatori dell’Us Piombino: «È vero – prosegue Riccardo – E poi c’era la partitissima. Ogni Primo maggio e 25 aprile tutti al Pinetone per la sfida tra juventini e resto del mondo. Il regolamento era: nessun regolamento. Era tutto buono. E così pedate a mezzavita, entrate a scosciagalletto, ogni anno in quei giorni ce n’erano sempre due o tre rotti. E poi c’erano le feste di compleanno. Di solito a casa del festeggiato o della festeggiata, se le case erano abbastanza grandi. Altrimenti tutti in pizzeria. A volte lo racconto ai miei figli e non ci credono: quando al cinema uscivano film come “La febbre del sabato sera” o “Grease”, ci andava uno di noi che faceva i biglietti per tutti. E si parlava come minimo di 50 biglietti alla volta».

IL FIRE CLUB

Era decentrato, zona Hotel Centrale di piazza Verdi. «Si stava a sedere sulle vespe parcheggiate lì, nessuna delle quali era nostra – ricorda ridendo Piera Allori – Nel nostro gruppo c’erano il “Funta”, cioè Stefano Montagnani, poi Paolo Biagini, Claudio Benini, Tania Angelini, Elena Gualtieri, Stefano Bianchi detto “il Rosso” e tanti altri. Se ci facevamo la guerra con gli altri gruppi? Sì, a suon di dediche sulle varie radio locali. E tutto finiva sempre con tante risate, la mattina dopo quando ci trovavamo a scuola. E in corso quante vasche a guardare i bimbi degli altri gruppi, a lanciarci occhiatine… Nascevano anche così le prime cottarelle. Era tutto molto tranquillo, semplice, anche ingenuo. Ognuno di noi aveva la sua postazione mai in fondo ci sentivamo tutti uniti. Certo, ogni tanto c’era qualche scazzo, soprattutto tra ragazzi. Era l’età, erano gli ormoni. Ma io ho un ricordo di anni pieni di vita, di voglia e magari di sogni che per tanti di noi non si sono realizzati. Erano anni pieni di aspettative, c’era il sole anche se pioveva».

RITI E RICORDI

Giorni fa Rosaria Lombardo ha scritto un post su Facebook che merita di essere pubblicato pari pari: «Io sono cresciuta a Sempione e Supercine, a Pastori e Pellegrini. Sono cresciuta andando in su e in giù per una via che, guardandola oggi, non è neanche così grande ma che allora, agli occhi di un’adolescente che si affacciava al mondo, pareva immensa, una Milano-Venezia de noantri; sono cresciuta con le mezze giravolte sul proprio asse poggiando su un piede, una volta verso destra, una volta verso sinistra, per poi ricominciare e riproporre la stessa piroetta dall’altra parte. Sono cresciuta andando in su e in giù e anche stando ferma nella “mia” porzione di muro. In corso Italia era così: i muri dei palazzi che vi si affacciavano erano pieni di ragazzi e ragazze che, dopo le vasche, si fermavano al loro posto, scelto tra quelli che offrivano maggiore visibilità, o perché vicini o di fronte ad altri gruppi di ragazzi o semplicemente perché erano i soli rimasti liberi, con le spalle appoggiate a guardare passare gli altri ragazzi, in quell’interminabile, continuo rinnovamento del rito del su e giù. C’era una gerarchia anagrafica che consentiva a quelli più “vecchi” (di età e di struscìo del marciapiede di corso Italia) di stare appoggiati al muro. E c’era il “rispetto della proprietà”, che nessuno violava. Sono cresciuta con le gonne maxi e con l’Austerity, con il Nastro Azzurro e il juke box da Ugo, il bar di piazza Bovio, con i film al Metropolitan il sabato e la domenica, con la maschera che faceva luce e ti accompagnava e con le sigarette fumate nella sala fumo. Sono cresciuta con i pantaloni a quadratini bianchi e blu, come una tovaglia, con i jeans così stretti che per abbottonarli dovevo sdraiarmi sul letto e diventare una cosa sola con il materasso, con “Roll over Beethoven” degli E.l.o., con Radio Costa Etrusca e Radio Piombino, perenni rivali, amiche di un’adolescenza che, non lo sapevamo, stava per vivere il periodo più brutto. Sono cresciuta con The dark side of the moon, un amore mai scalfito dal tempo e da altri pretendenti».

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