Nel degrado la cappella Verduni, dove don Gino riposa per sempre

Due assi in legno impediscono l’accesso all’edicola del cimitero monumentale. All’interno la tomba del parroco che ha lasciato un segno profondo nella comunità

Luigi Cignoni

RIO NELL’ELBA. C’è più di una ragione per dare il via a un progetto di recupero della cappella Verduni, nel cimitero monumentale di Rio nell’Elba. Oggi, due assi di legno impediscono a chi avrebbe l’intenzione di depositare un fiore sulle lapidi di entrare all’interno. Non c’è più il pavimento. Ma anche il tetto non è altrettanto messo bene. La struttura è pericolante. Eppure, questa cappella conserva due personaggi che hanno scritto la storia recente dell’ex comune minerario: Don Gino Berettini e Verduni Menotti. Insieme con altre figure che però sono soltanto conosciute ai vecchi riesi. A essi dicono ancora qualcosa come Pellegrina Verduni, la proprietaria della cappella, la sorella Sfrida, il fratello don Achille (è stato parroco a San Piero e anche lui sepolto nella medesima cappella), il nonno Aristodemo. «Era una famiglia di benestanti – ci dice Caterina Bonti – Erano commercianti e disponevano di un buon patrimonio anche di case. Alcuni appartamenti, per esempio, furono donati alle suore, quando le religiose si stabilirono in paese e aprirono un asilo. Stiamo parlando dei primi anni del Novecento».



Tutto si era mantenuto nel giusto decoro fino a quando sono rimasti in vita i legittimi proprietari. Poi la discendenza si è ramificata al punto che gli eredi non hanno più alcun interesse e motivi di attaccamento al paese. E naturalmente, a farne le spese maggiori, è stata la cappella che porta ancora il nome di Pellegrina Zacchei in Verduni, colei che l’ha voluta e finanziata. Don Gino Berettini, originario di Massa Marittima, è stato parroco di Rio nell’Elba dal 1908 (i primi documenti firmati da lui nell’archivio parrocchiale, come ci dice lo storico Renzo Paoli, risalgono a questo periodo) al 1956. Esattamente nel febbraio di quell’anno in cui avvenne improvvisamente la morte.

«È stata la figura di parroco che ha lasciato una traccia indelebile nel tessuto sociale di Rio Elba – precisa Romano Mengini – in specie per noi ragazzotti di paese. Molto sanguigno, per alcuni tratti come don Camillo, ma estremamente umano che arrivava dritto al cuore della gente». Che tale fosse lo testimonia la partecipazione degli elbani al suo funerale. «Vennero da tutta l’isola – continua Romano Mengini – parroci, ma anche parrocchiani, tale era la stima e l’affetto che nutrivano nei suoi confronti. Quel giorno mi ricordo di aver sentito un accenno di campane a mezzogiorno, poi niente altro. Qualcuno per strada gridava che avevano trovato in chiesa don Gino morto».

A dare l’allarme di quello che era successo ce lo racconta Danilo Alessi: «Avevamo appena finito la nostra partita di ping pong nei locali attigui alla canonica – dice – quando, nell’attraversare la navata, scorgemmo per terra una massa scura. Ci avvicinammo e trovammo il povero don Gino». L’altro illustre personaggio della stessa cappella è Verduni Menotti, tenente decorato con la medaglia d’argento al valore militare, morto e disperso nella prima guerra mondiale. Il poeta riese Emilio Agostini, farmacista e suo amico di vecchia data, gli ha dedicato un’ode “Al compagno caduto”, appena si diffuse la notizia della morte avvenuta sul monte Cadin, in valle Boite (Belluno), il 15 giugno 1915. I suoi genitori, Giovanni Verduni e Caterina Zacchei, ne vollero onorare la memoria, deponendone una lapide commemorativa. Era l’undicesimo di dodici figli. Aveva prestato servizio come un ufficiale nel 23° Reggimento Fanteria della Brigata Como. Nei suoi quadri andò in guerra, per non fare più ritorno. «È possibile – conclude Renzo Paoli – che si disperda un così ricco patrimonio della nostra storia riese? ». —

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