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Morti in corsia, verso il processo d'appello. L'avvocato dell'infemiera:  «Il killer non è Bonino, vi dico dove va cercato»

Nardo, avvocato dell’infermiera, ritiene «illogiche» le motivazioni che hanno portato alla condanna all’ergastolo in primo grado

PIOMBINO. Mercoledì 13 gennaio riprende in corte d’assise a Firenze il processo di appello nei confronti di Fausta Bonino, la 58enne infermiera condannata all’ergastolo in primo grado con rito abbreviato per l’omicidio di quattro pazienti ricoverati nel reparto di rianimazione di Villamarina, e assolta dall’accusa di aver provocato con iniezioni di eparina la morte di altre sei persone. Il 3 febbraio è poi fissato l’inizio della discussione che porterà al verdetto di secondo grado.

La condanna in primo grado nell’aprile del 2019 riguarda l’accusa di omicidio nei confronti di Bruno Carletti, scomparso il 29 settembre 2015, Angelo Ceccanti, deceduto il 2 luglio dello stesso anno, Franca Morganti e Mario Coppola, morti rispettivamente il 9 gennaio e l’11 marzo 2015. Per loro gli esperti parlano di «eventi emorragici causalmente rilevanti del decesso e in cui vi è anche una oggettività di laboratorio della presenza di elevate concentrazioni di eparina».


Bonino era stata assolta dall’accusa di abuso d’ufficio (per aver somministrato medicinali non prescritti a 5 pazienti) e assolta per altre 6 morti sospette: quelle di Adriana Salti, Enzo Peccianti, Elmo Sonetti, Marise Bernardini, Lilia Mischi e Alfo Fiaschi. Ìn questi sei casi il giudice Marco Sacquegna era ricorso alla formula dubitativa del secondo comma «quando manca - dice la sentenza - è insufficiente o contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile».

Nella prima udienza dell’appello, svoltasi lo scorso dicembre, sono stati ascoltati alcuni testimoni. Domani tocca invece ai consulenti, per un’udienza molto importante visto che questo è uno dei punti giudicati dalla difesa come meno solidi nell’impianto accusatorio e poi nella sentenza di primo grado.

L’avvocato Vinicio Nardo, penalista milanese che ha preso il posto di Cesarina Barghini dopo il primo grado, già nella sua richiesta di appello aveva puntato su tre elementi, uno dei quali appunto quello «dell’inaffidabilità degli esiti degli esami di laboratorio». Gli altri, secondo Nardo sono «l’assenza di una prova decisiva» sulla colpevolezza dell’infermiera piombinese, a cominciare dai tempi di somministrazione dell’anticoagulante, e le «motivazioni illogiche» che hanno portato alla condanna all’ergastolo.

Del resto il movente è sempre rimasto un punto interrogativo: il pubblico ministero Massimo Mannucci lo aveva individuato nella volontà di Bonino di mettere in cattiva luce il reparto dove lavorava, dove per varie situazioni viveva con disagio. Movente vago, appunto, per giustificare così tanti morti, tanto da essere definito «una pallida ipotesi» dal giudice nelle motivazioni della sentenza.

A portare alla condanna dell’infermiera era stata dunque per il giudice Sacquegna «una catena d’indizi», tra cui la presenza di Bonino nei quattro casi in esame (unica del reparto), alcuni particolari che solo un’esperta poteva conoscere, come «la facilità e il ridottissimo tempo di somministrazione ai pazienti con gli accessi venosi aperti», «lo smaltimento del flacone di eparina nei rifiuti sanitari scaduti, anziché in quello del vetro, con l’intento di nascondere le tracce del reato», oltre al fatto che i decessi sospetti subirono un’interruzione quando l’infermiera venne trasferita nel reparto di oculistica alla fine di ottobre del 2015.

L’avvocato Nardo propone invece una ricostruzione dei fatti alternativa, ipotizzando un diverso omicida nel reparto di rianimazione, qualcuno che aveva libero accesso, ad esempio dirigenti che possono stare in ospedale anche oltre l’orario di lavoro, o timbrare l’uscita e poi rientrare senza che ciò venga notato, al contrario degli infermieri, più assoggettati agli orari di inizio e fine turno. Dunque, secondo Nardo gli indizi nei confronti di Bonino sono labili, e l’assassino è un’altra persona, che una volta data per buona la pista dell’infermiera, nessuno ha mai cercato seriamente.

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