Legambiente contro la Fondazione: «Modello Scoglietto? Una bufala»

Per il Cigno Verde le zone di tutela biologica non possono essere alternative all’area marina protetta

PORTOFERRAIO. Presentare l’istituzione di altre zone di tutela biologia sul modello dello Scoglietto come alternativa all’area marina protetta dell’arcipelago toscano è una fake news. Non ci gira intorno Legambiente Arcipelago toscano che intende smontare sul nascere quanto avanzato in queste ore dalla Fondazione Isola d’Elba, per voce del documentarista Carlo Gasparri e del biologo marino Francesco Moretti.

«Dispiace leggere che, a distanza di tanto tempo (1982) – afferma Legambiente Arcipelago toscano – rimanga così grande la disinformazione e la confusione su questo strumento e le realtà che già lo applicano, tanto che si leggono sempre più spesso interventi “interessati” che puntano a disinformare i cittadini. Anche le recenti deliberazioni di alcuni enti locali sono prive di fondamento normativo e basate su “sentito dire” che non reggono a verifiche. Recentemente anche i Comuni di Porto Azzurro e Campo nell’Elba hanno fatto, con atti ufficiali, dichiarazioni errate sui possibili pericoli delle Aree marine protette per il turismo – che invece è in crescita in praticamente tutte le 30 aree marine protette istituite in Italia – e la pesca, che invece per i pescatori locali si sta rivelando molto più fruttuosa e “sicura” dove ci sono aree marine protette ben gestite».


Legambiente ribadisce come le aree marine protette (AMP) non precludano la pesca nelle zone C e D (la grande maggioranza per estensione) e per alcuni attrezzi e pesche a volte anche nella zona B, si pesca, e si sono mostrate efficaci per l’incremento di biodiversità e biomassa. «Aree marine protettecome Torre del Cerrano, in Abruzzo, di Torre Guaceto, in Puglia, e Capraia nell’Arcipelago Toscano hanno sperimentato con successo attività di gestione della pesca – aggiunge Legambiente – creando nuove opportunità di mercato per la piccola pesca artigianale locale e, nel caso di Capraia, anche di acquacoltura sostenibile».

Ma è il confronto con le zone di tutela biologica che Legambiente intende smontare. «In base all’ultimo aggiornamento (Dm 22/01/2009) nei mari italiani ci sono 12 zone di tutela biologica (ZTB), come si può oggi configurare l’area di tutela biologica delle Ghiaie – Scoglietto – Capo Bianco – istituita all’Elba nel 1971 – che somiglia molto a una zona “Entry no-touch” di una zona A/B di una AMP – e affidata alla Capitaneria di porto, non al Comune di Portoferraio – spiega Legambiente – come evidenzia il comitato TAG Costa Mare, le zone di tutela biologica ZTB sono tratti di mare riconosciuti in base a studi tecnico-scientifici come aree di riproduzione o accrescimento di specie marine di importanza economica, o come aree impoverite da un eccessivo sfruttamento dalle attività di pesca. A differenza delle aree marine protette (AMP), le ZTB rappresentano misure gestionali volte più alla conservazione degli stock ittici di quelle specie che hanno un interesse commerciale, piuttosto che alla conservazione della biodiversità, del capitale naturale e dell’integrità degli ecosistemi marini. Le Ztb non hanno quindi scopi più ampi di conservazione, tutela e gestione sostenibile dell’ecosistema marino».

Insomma, Legambiente ribadisce come le zone di tutela biologica siano strumenti di regolamentazione non alternative ma complementari alle aree marine protette. «A chi vuole zone di tutela biologica in contrapposizione all’area marina protetta “calata dall’alto”, ricordiamo che – spiega Legambiente – al contrario delle aree marine protette che sono affidate in gestione ai Comuni o, dove c’è, al Parco nazionale – nel quale cui i sindaci (anche se fanno sempre finta di non saperlo) hanno la metà dei componenti del consiglio direttivo e 10 rappresentanti su 11 in Comunità del Parco – le zone di tutela biologica sono definite dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, senza gestione, e non dai Comuni (che non hanno competenza diretta sulla tutela del mare) come si vorrebbe far credere agli elbani, pensando che abbiamo l’anello al naso. Invece, si continua a presentare le zone di tutela biologica come uno strumento alternativo all’area marina protetta e istituito, perimetrato e gestito dai Comuni. Un’affermazione tanto falsa quanto più volte ripetuta, purtroppo anche da sindaci e associazioni». —

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