Contenuto riservato agli abbonati

L’epopea del Lunapark di Piombino, formidabili quegli anni

Giornate intere passate sull’autoscontro, ai cannoncini o a volare sui calcinculo

PIOMBINO. Formidabili quegli anni per il Lunapark. Anni d’oro, quando nel mese delle feste natalizie corso Italia si trasferiva in via XXV Aprile, poi agli Ulivi e infine a San Rocco. Tutti i ragazzi erano lì, in quella specie di paese dei balocchi. A divertirsi, a giocare, a sfidarsi e ad ascoltare canzoni. Ad amoreggiare o semplicemente a stare con gli amici tra luci colorate, musica sparata a palla e profumo di zucchero filato.

Quest’anno il Lunapark è mancato, per la prima volta in quasi sessant’anni. Il Covid ha congelato tutto. Ma non i ricordi. Diciamolo subito: negli anni il Lunapark si è arricchito, è diventato sempre più bello e spettacolare. Continua a piacere ai bambini e agli adulti che tornano bambini. E ai ragazzi, ma fino ai diciotto anni. Non ha mai perso questa capacità attrattiva e rituale e le ultime edizioni sono ricche di giochi sempre più audaci e mozzafiato. E ovviamente il Lunapark non è mai stato un’esclusiva piombinese.



Però, c’è un però. Qui ha attecchito subito e negli anni ruggenti era qualcosa di unico. Anche se le attrazioni erano assai ridotte. Negli anni Settanta e Ottanta la mappa del divertimento era piuttosto minimalista, vista con gli occhi di oggi, e ruotava attorno a quattro punti cardinali: i cannoncini, l’autoscontro, i calcinculo e tutto il resto. Nella categoria “tutto il resto” c’erano i tirassegno, la casa degli orrori, quella degli specchi, la pesca delle palline dove si vincevano i pesciolini rossi e tutti i giochi pensati per i più piccoli. Nel resto c’era anche il punchball, la palla che sembrava di cuoio e in realtà era di adamantio come lo scheletro di Wolverine. Una boccia durissima da prendere a pugni fino a sbucciarsi le nocche e slogarsi i polsi, luogo di sfide testosteroniche dove dimostrare il proprio machismo. Erano anni così, tempi diversi, forse anche più ingenui. Erano gli anni in cui d’estate e d’inverno si facevano le “vasche” in corso Italia, quelle passeggiate interminabili su e giù dalla gelateria del Pellegrini fino a piazza Bovio andata e ritorno, anda e rianda, avanti e indietro dalle cinque della sera (tanto per scomodare con irriverenza Federico Garcìa Lorca) all’ora di cena in una specie di danza tribale e collettiva. Quello era il nostro Facebook, il nostro social di carne e di odori e di sorrisi e di voci. La piattaforma dove si stringevano amicizie, si flirtava, si discuteva di politica e di pallone, di musica e di motori. E magari ci si scontrava: bastava poco anche per quello.

Ecco, c’era una folla in quella movida quando non si chiamava ancora movida e nei giorni di festa quasi non si passava. Non c’erano discoteche, non c’erano locali di ritrovo se non i bar e non c’erano altri divertimenti se non la sala giochi Excelsior, dove ora c’è il negozio Intimissimi. Oppure i flipper e i primissimi videogame che potevi trovare nei bar tra il juke-box e il bancone.

Tutta questa premessa per dare l’idea di cosa rappresentasse il Lunapark per quelle generazioni che, nel mese delle feste, si spostavano come mandrie transumanti nel regno del «nuovo giro nuova corsa, giovani divertitevi!», lo slogan con cui gli speaker annunciavano nuove avventure sulle macchinine a scontro o su quei seggiolini ossuti e traballanti dei calcinculo.

Insomma, per i ragazzi a Piombino il periodo del Natale coincideva con l’arrivo dei giostrai. L’aria di festa la sentivi quando sbucavano i camion, si accendevano tutte quelle luci che pareva una discoteca all’aperto e cominciava il caos. Dopo la Befana, quella massa di giovani tornava in corso Italia.

Quattro punti cardinali, dicevamo, segnavano la geografia del Lunapark. Tre di questi ne erano il cuore, popolati e animati ciascuno da tribù ben definite: c’erano i cecchini dei cannoncini, i “mod” dell’autoscontro. E i vitelloni acrobati dei calcinculo.

L’AUTOSCONTRO

Divertimento classico di ogni parco, l’autoscontro anche a Piombino attirava sia i bambini che i più grandi. I primi accompagnati da un genitore, i secondi salivano da soli (e magari guidando con una gamba di fuori, appoggiata al paracolpi in gomma, «a gattaccio» come ricorda Milco Tonin) o a coppia. Erano sfide infinite, a caccia di quello o quella da tamponare. A volte ti beccavi certi colpi che addio cervicale. Ma da ragazzi la cervicale non esisteva, sicché....

I CANNONCINI

Lo stand dei cannoncini era gestito dal baffuto Claudio Scuffi. Uno dei più assidui e dei più bravi sparapalline era Gianfranco Giannoni. «Non solo io, anche Mirko, Cisco, Diego e tanta gente più grande. Eravamo fissi lì, la mattina era chiuso e noi facevamo sale a scuola per prendere i posti. Che piovesse o tirasse vento. All’una, altri amici davano il cambio e si andava a mangiare. Alle due, quando Claudio apriva, eravamo tutti lì. E le fidanzate aspettavano».

Era una specie di bowling in miniatura dove ogni concorrente aveva a disposizione un cannoncino con tre palline d’acciaio per abbattere una ventina di birilli: «Se li buttavi giù con due sfere andavi agli spareggi, oppure andavamo tutti con tre – ricorda Gianfranco – Se con una pallina buttavi giù 18 birilli vincevi subito un buono, se ne buttavi giù 19 ne vincevi due. Ogni tanto succedeva. Noi a fine giornata avevamo sempre un pacco di buoni, un po’ perché li vincevi e un po’ perché li rubavi. Tanto ora si può dire. Come? Con lo steccolo dello zucchero filato. Claudio all’inizio di ogni partita metteva i buoni sul piano e ogni tanto qualcuno di noi, con una cingomma appiccicata sulla punta dello steccolo, dava un colpetto e lo pescava. Comunque ci spendevamo tanto anche se vincevamo tanto. Ogni buono valeva cinque partite. Oppure potevi prendere pupazzi, bottiglie di spumante o di vermouth... Ma noi si rigiocava sempre. Magari alla fine del Lunapark, quando Claudio andava via, ritiravamo qualche premio. Ma i premi non ci interessavano, a noi piaceva proprio stare lì».

Ogni anno poi c’era la caccia al cannoncino migliore, quello che sparava meglio: «Sì, alcuni erano più ricercati – dice Gianfranco – ma non erano mai i soliti. Ogni volta che Claudio montava lo stand ce n’erano quattro o cinque che avevano un po’ più di tolleranza ed erano più precisi. Ma a forza di giocarci imparavi. Ci siamo fatti tante risate. C’era un tipo più grande di noi, basso, coi baffi, che agli spareggi contro di noi perdeva sempre. E ripeteva sempre la solita frase, con quella voce nasale: “Dé, quand’è medda è medda”. Ci ripenso e ci rido anche oggi».

I CALCINCULO

Eccolo, il centro dell’universo Lunapark. In italiano si dovrebbe parlare di giostra e stop, ma calcinculo era il nome riconosciuto da tutti. La dinamica dava il nome alla giostra. Il gioco consisteva nell’occupare, a coppia, due seggiolini contigui. Quello che si sedeva dietro, il lanciatore, possibilmente robusto, aveva il compito di afferrare per le mani il compagno (un amico più leggero, più spesso una ragazza) seduto sul seggiolino davanti e, dopo una rotazione di carica cinetica, scaraventarlo il più in alto possibile, in modo che potesse volare fino ad afferrare un trofeo legato a un pennone. In tutto il mondo quel trofeo era una coda di volpe. A Piombino era un pallone da spiaggia.

La voce dello speaker era quella del proprietario della giostra, Franco Martini. Franco, originario di Scandicci, oggi ha 83 anni. E se gli parli di quel periodo, quasi si commuove. «La prima volta che venimmo a Piombino fu nel 1963 – dice – Allestimmo un piccolo parco giochi in via Salgari, vicino al campo marrone del Magona. C’erano la giostra con i seggiolini, quella con i cavalli, l’autoscontro, i tirassegno e poco altro. Era un parchettino, ci siamo stati un paio di anni e poi ci trasferimmo al Bar Manhattan». Quel bar ora non c’è più, la zona è quella tra via XXV Aprile e piazza Aldo Moro. Il Lunapark cominciava a crescere.

«Ma la leggenda cominciò dopo, agli Ulivi – interviene il figlio Sauro Martini – o almeno quelli erano gli anni nostri». Gli anni clou sono il 77 e il 78, quando le colonne sonore erano “Burattino senza fili” di Edoardo Bennato e “Stayin’ alive” dei Bee Gees. La zona è quella dietro al Bar Stella, dove oggi c’è il complesso del Perticale. «Ci siamo rimasti una quindicina di anni – riprende Franco – prima di trasferirci a San Rocco. Prima nell’area sopra, dove c’è il grande spiazzo. Era il 1984. L’anno dopo, quello della grande nevicata, tutti i giorni eravamo sotto zero. Lassù c’era troppo vento, le libecciate ci causavano continuamente danni. Chiedemmo di poterci trasferire nell’area in basso, per essere più riparati. Così il Comune ci concesse la zona dove siamo tuttora».

All’inizio il Lunapark a Piombino durava due mesi. Da fine di novembre a fine di gennaio. Poi la permanenza fu ridotta ed è rimasta così: dal primo fine settimana di dicembre all’Epifania compresa. Dopodiché, la carovana del divertimento si trasferiva già allora a Cecina.

«E i piombinesi venivano anche lì – dice Franco, ridendo – Praticamente anche a Cecina lavoravamo coi piombinesi. La giostra era la loro grande passione. I calcinculo erano un’istituzione a Piombino, non esagero. Il Lunapark era il ritrovo di tutti i ragazzi e da noi si era formata una specie di comunità. Non so come chiamarla, forse una grande famiglia. E il Valentino e il Montoya erano i trascinatori».

Il Valentino è Riccardo Valentino, all’epoca spettacolare pilota di rally. Il Montoya era il compianto Giovanni Montauti, scomparso due anni fa. Erano i più forti lanciatori su piazza.

«Erano malati di questo gioco – dice Franco – pensate che loro lavoravano e, nell’ora di pausa per il pranzo, correvano qui, venivano a bussarci e a chiedermi “Dai Franco, aprici la giostra una mezz’oretta”. Io gli aprivo, accendevo la giostra, loro facevano tre o quattro giri di allenamento e tornavano a lavorare. Oggi se la racconti non ti credono. E guardate che erano bravi davvero, c’era una tecnica precisa per lanciare. Serve forza, ma non basta. Sembra una bischerata ma mica era semplice. La tecnica la acquisivi piano piano. E così nasceva la competizione. La coppia che vinceva aveva un giro gratis. Dopo due o tre volte però loro li facevo scendere, sennò questi vincevano sempre e non finivano più. Questo è andato avanti dalla fine degli anni Settanta agli inizi dei Novanta. Poi è tutto finito. Oggi non sa più lanciare nessuno. Oggi si dondolano»

Dagli altoparlanti, la voce di Franco scandiva i tempi delle sfide: “Nuovo giro, nuova corsa, giovani divertitevi”. Sempre quella frase, ossessiva, rassicurante come un mantra.

E poi c’era Dante, uno degli aiutanti di Franco. Al secolo Dante Giacomini, era al centro di mille racconti e leggende. Come quella che lo aveva visto mangiarsi pezzo per pezzo una Fiat 500. Franco e Sauro esplodono in una risata: «No, quella era proprio una leggenda metropolitana, anche se a dire il vero il ferro lui lo mangiava eh. Dante veniva dal circo e aveva fatto l’uomo cannone, l’uomo sepolto vivo e chissà quante altre cose. Ne sparava a raffica, in tanti ci credevano. Ci siamo divertiti tutti in quegli anni così belli». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA