“Ristori” per bar e ristoranti Confesercenti: «Non basta»

Il direttore provinciale Ciapini: «Calzature e abbigliamento perché restano chiusi? E anche le somme per gli esercenti sono basse. Rischiamo chiusure di massa»

PIOMBINO. Sono arrivati o stanno arrivando i soldi previsti dal decreto Ristori, approvato lo scorso 27 ottobre, contenente nuove misure di sostegno economico per le attività commerciali colpite dalle misure restrittive, senza limiti di fatturato ma con un tetto massimo di 150mila euro. Fra i vari interventi considerati nel decreto: l’eliminazione della seconda rata dell’Imu, la proroga della cassa integrazione (per altre sei settimane), il blocco dei licenziamenti (a meno di cessazione definitiva dell’attività, dichiarazione di fallimento o accordo collettivo aziendale) e, ovviamente i contributi a fondo perduto.

Questi saranno automatici per coloro che già avevano chiesto e ottenuto i soldi del decreto Rilancio di maggio. Tutti gli altri dovranno fare domanda. Il calcolo per sapere quale cifra spetta a ogni attività è semplice. Basta moltiplicare quanto avuto con il decreto Rilancio e moltiplicarlo per il coefficiente. Questo varia dal 100% al 400%. La percentuale più alta va alle discoteche, mentre – per fare qualche esempio – i ristoranti, le palestre e i cinema hanno un coefficiente del 200%, i bar del 150%. «Ci risulta che bar e ristoranti hanno già ricevuto i soldi, arrivati in automatico – le parole di Alessandro Ciapini, direttore di Confesercenti provinciale Livorno –. Resta da capire l’allegato 2 del decreto che fa riferimento alle zone rosse, come siamo diventati noi da domenica scorsa. L’allegato prevede un contributo del 200% per le attività che ad oggi sono chiuse».


Per lo più negozi di abbigliamento e calzature per adulti.

«Ecco, in questo senso c’è un’anomalia – spiega Ciapini – e l’abbiamo fatto presente a Roma. In pratica il dettaglio delle calzature è stato dimenticato dai ristori. Un fatto molto grave che andrà risolto. A ogni modo, le attività chiuse dovrebbero ricevere il 200%. Rimane da capire se li riceveranno in automatico o no. Non c’è scritto da nessuna parte - prosegue il direttore di Confesercenti - e fra l’altro si sono sovrapposti diversi decreti che fanno un po’ di confusione».

«Se poi devo fare un commento politico, non posso non sottolineare la disparità di trattamento fra i settori aperti e quelli chiusi. Alla fine gli unici negozi a dover stare chiusi in questo momento sono l’abbigliamento e le calzature per adulti che hanno pure investito in merce e ora si ritrovano a dover pagare i fornitori non potendo lavorare. Apriranno a metà dicembre? Beh, in quel caso Zalando, Amazon e i vari siti on line si saranno “mangiati” tutto il Natale. È un grosso problema – prosegue Ciapini –. Paradossalmente il primo lockdown è stato più leggero, per quanto prolungato. Stavolta le aziende sono arrivate già sfiancate dalla prima quarantena, e hanno subìto un’onda di ritorno terribile. Come di fronte a uno tsunami. E adesso temiamo un massacro. La preoccupazione è tanta, soprattutto ora che ci avviciniamo al Natale, periodo dell’anno nel quale tutte le attività abitualmente tirano un po’ il fiato».

«Marzo e aprile sono stati pesanti, è vero, ma sono mesi che non tutti i settori hanno sofferto. Le agenzie di viaggio sì, perché hanno perso le gite ma, in generale, è arrivata l’estate a mitigare la questione. Novembre e dicembre sono invece i mesi dei cenoni, dei regali. Il rischio è di vedersi mangiare tutto dagli store on line. Non ha senso che i negozi siano chiusi e l’on line abbia il via libera – va avanti Ciapini –. In tal senso, Confesercenti nazionale presenterà un esposto al garante della concorrenza e del mercato per denunciare queste distorsioni. Non possiamo vedere i negozi chiusi e le multinazionali che vendono on line che fanno piazza pulita. Occorre intervenire subito. E comunque le misure prese, anche alla luce del decreto Ristori, non bastano.

Sono una goccia in mezzo al mare. Faccio degli esempi: se un bar prende 4-5mila euro, ci paga l’affitto di due mesi di attività. Se un negozio di abbigliamento riceve 3mila euro (perché di queste cifre parliamo), cosa può farci? La politica deve assumersi la responsabilità. Chiediamo che le attività possano riaprire. I sostegni servono per pagare mezzo affitto, ma c’è bisogno di lavorare, ovviamente in sicurezza. E le attività hanno investito nelle procedure di sicurezza. Il governo deve capire che non è questa la strada giusta. Anche perché, una volta che usciremo, speriamo il prima possibile, da questo Covid, troveremo le strade deserte, e troppe saracinesche abbassate. Molti falliranno, e i negozi che per dimensione non possono fallire, chiuderanno con i debiti». —


 

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