Un'altra estate, la visita guidata: ecco gli orti del carcere, dove i detenuti coltivano la speranza

Alcune immagini della visita negli orti dei detenuti, all’interno del Forte San Giacomo

Porto azzurro: i partecipanti alla nostra iniziativa nell’orto coltivato dai detenuti della casa di reclusione

PORTO AZZURRO. «Non si può vivere senza speranza, è come se ti venisse tolto il respiro». Francesco D’Anselmo, direttore della casa di reclusione Pasquale De Santis pronuncia questa frase davanti ai partecipanti a “Un’Altra Estate”, nell’orto coltivato dai detenuti della casa di reclusione. Intorno a lui c’è la terra curata con amore dai detenuti, da cui nasceranno fagiolini, pomodori, cipolle e melanzane che, dal carcere, saranno distribuiti ai ristoranti dell’isola d’Elba, mentre a poche decine di metri di distanza, ci sono le garitte presidiate dagli agenti della polizia penitenziaria e la struttura che ospita le celle dei circa 400 detenuti.

Una sola immagine che, in fondo, cattura l’essenza stessa del carcere elbano, che non vuole essere un luogo dove chi ha sbagliato viene punito, ma una realtà che riesca a ricostruire dei percorsi di vita interrotti, in grado di restituire un futuro a chi teme di averlo perduto. «In questo orto e nei campi che abbiamo a Pianosa lavorano decine di detenuti, in tutto circa cento unità che lavorano all’esterno di questa struttura – racconta D’Anselmo durante la visita guidata negli spazi esterni al carcere, all’interno del Forte San Giacomo – abbiamo rimesso in sesto questi terreni e produciamo ortaggi di qualità. Non ci credete? Lo chef Vissani ha mangiato i fagiolini prodotti in carcere all’hotel Hermitage della Biodola: ha detto che erano i fagiolini più buoni che avesse mai mangiato. Il cantante Lionel Ritchie, dopo aver visitato Pianosa, ha riempito il suo yacht con i prodotti della terra che i detenuti coltivano sull’isola piatta. Per noi è un orgoglio». D’Anselmo ha spiegato come il carcere di Porto Azzurro sia stato, anche in passato, all’avanguardia sotto l’aspetto del lavoro e della rieducazione.

«Abbiamo anche una falegnameria e i detenuti producono borse di alta modo assieme all’azienda Dampaì – racconta – quello che vogliamo è formare decine di agricoltori, falegnami, artigiani che, una volta fuori da qui, possano avere una chance per ripartire». Anche in quest’ottica D’Anselmo, assieme al Comune di Porto Azzurro, sta lavorando per recuperare e rendere visitabili le celle della “Polveriera”.

Un reparto di punizione dove venivano rinchiusi i detenuti più indisciplinati, chiuso negli anni Settanta dall’allora direttore Raffaele Ciccotti che lo riteneva inumano. «Vogliamo far vedere ai cittadini cosa era la Polveriera, per far ricordare gli errori del passato in modo da non commetterli più».

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