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L’ultima difesa dell’infermiera condannata all'ergastolo: «Zero prove, ecco chi è il colpevole»

Il legale di Fausta Bonino ha fatto appello contro la sentenza di condanna per  le morti di quattro pazienti: critica le motivazioni e getta ombre sul personale dell'ospedale 

LIVORNO. «Nessuna prova decisiva» sulla colpevolezza, a cominciare dai tempi di somministrazione dell’anticoagulante, «motivazioni illogiche» che hanno portato all’ergastolo in primo grado di Fausta Bonino e «l’inaffidabilità degli esiti degli esami di laboratorio», in particolare riguardo la conservazione delle provette di sangue delle vittime esaminate dai periti del giudice che hanno certificato le conseguenze dell’eparina nelle quattro vittime per le quali l’infermiera è stata condannata. Se questi sono i tre motivi principali del ricorso in appello presentato dal nuovo avvocato dell’imputata, Vincenzo Nardo, lo stesso legale fornisce una ricostruzione alternativa sulle morti sospette all’ospedale Villamarina di Piombino tra il 2014 e il 2015 ipotizzando un diverso omicida nel reparto di rianimazione rispetto alla cosiddetta “costante Bonino”, sintesi con la quale il giudice nelle motivazioni ha spiegato la presenza della donna in reparto e la compatibilità tra la somministrazione dell’anticoagulante non prescritto e l’emorragia che ha ucciso i quattro pazienti.

Ombre che – secondo il difensore – riguardano soprattutto figure come «il caposala» o «un dirigente del reparto». Un tentativo di insinuare un dubbio nei giudice che il prossimo 13 maggio, ma molto probabilmente l’udienza sarà rinviata, dovranno esaminare uno dei casi più controversi della storia giudiziaria recente.


Nuovi sospetti

Scrive l’avvocato in uno dei passaggi chiave del documento. «Anche la motivazione con cui il giudice ha chiuso il cerchio attorno alla Bonino, sostenendo che sarebbe stato impossibile per un fantomatico individuo nascondere la sua presenza o non destare la curiosità del personale si rivela illogica e incoerente. Si prendano, a esempio, i primari e i dirigenti (come ad esempio un caposala): è prassi per questi ultimi stare in reparto anche oltre l’orario di lavoro, senza che ciò desti alcuno stupore, al contrario dei dipendenti (infermieri; operatori sociosanitari e ausiliari), più vincolati al turno assegnato. È normale – prosegue – che un caposala si presenti in ospedale di pomeriggio oltre l’orario di lavoro per controllare il reparto, atteso che di pomeriggio – contrariamente al mattino, dove, in caso di assenza, il caposala ha l’obbligo di nominare un vice – non vi è un referente sostitutivo di nomina. In più, ciò poteva accadere anche senza che l’operatore sanitario fosse munito di badge, previo riconoscimento da parte dei colleghi per aprire la porta».

Ecco – secondo l’avvocato – questi esempi «dimostrano l’assoluta irrilevanza del criterio del cartellino e, di converso, l’ingannevolezza di quello che si può definire il cavallo di battaglia dell’accusa, oltre che l’infondatezza dell’assunto assertivo del giudice, in quanto i dirigenti avrebbero potuto tranquillamente timbrare la propria uscita dal reparto e tornare senza destare sospetti. Tutti gli elementi, uniti al fatto che non è stata rinvenuta l’eparina tra i farmaci nell’abitazione dell’imputata – si allineano con logicità e coerenza, smentendo in radice la “costante Bonino” e aprendo alla possibilità di un autore diverso, forse un dirigente del reparto di rianimazione che aveva più ampie capacità di manovra tra i letti di degenza senza destare alcun sospetto».

La somministrazione

L’altra mossa della strategia difensiva riguarda il metodo di somministrazione e dunque i tempi di reazione dei pazienti all’anticoagulante. «È chiaro – denuncia l’avvocato – che nessuno in questo processo ha pensato di sondare un’ipotesi alternativa alla somministrazione in via endovenosa in bolo dell’eparina sodica. Nessuno, nemmeno il giudice nella sentenza di condanna, nonostante affermi che “il processo ha provato, in definitiva, che Carletti, Ceccanti, Coppola e Morganti, sono stati uccisi da una deliberata somministrazione indebita di alte concentrazioni di eparina non frazionata, per via endovenosa”. La decisione del giudice va integralmente censurata, atteso che non è stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che l’anticoagulante sia stato somministrato in via diretta endovenosa, attraverso l’uso di una siringa. Dalla lettura delle cartelle cliniche, tutti i pazienti erano destinatari di terapie endovenose (a parte Carletti), che venivano erogate attraverso le pompe infusionali: un dispositivo medico di infusione per la somministrazione di medicinali (costituito da un flacone, un deflussore e un ago collegati tra di loro), che permette un controllo preciso della velocità di infusione e della quantità totale di fluido da infondere all’ora e nell’arco delle 24 ore. Questi dispositivi posseggono dei sensori che azionano un allarme nel momento in cui il flusso non defluisce alla velocità prescritta. Ciò significa che, qualora l’omicida avesse iniettato in via diretta un’altra sostanza (l’eparina) da un’altra via di accesso, avrebbe fatto scattare l’allarme...».