Marco Mennini, la scomparsa di un amico. Un’intera comunità colpita al cuore

Terza vittima del Covid-19. A maggio avrebbe compiuto 58 anni. Il tampone eseguito troppo tardi, lunedì 30 il decesso a Livorno  

PIOMBINO. «Ho combattuto con la morte. È la sfida meno eccitante che tu possa immaginare. Si svolge in un impalpabile grigiore, niente sotto i piedi, niente intorno, senza spettatori». Questo passaggio di Joseph Conrad in “Cuore di tenebra” sembra scritto per le vittime del Covid-19, il virus maledetto.

Sembra scritto anche per Marco Mennini, l’ultima vittima, la terza a Piombino, la più giovane. A maggio avrebbe compiuto 58 anni. La città lo piange con una partecipazione totale, sincera, che dà la misura non solo della notorietà ma soprattutto del valore umano della vittima. Marco era conosciutissimo a Piombino e non solo. Una di quelle persone che non puoi non amare. Quando si pensa alla definizione di “amico”, si pensa a lui. Sempre pronto a dare una mano, a correre, a risolvere un problema. Sempre pronto a sdrammatizzare, a strapparti un sorriso. E a combattere. Lo ha fatto anche durante il suo ultimo calvario, che forse gli sarebbe stato risparmiato se alle prime richieste di aiuto qualcuno fosse intervenuto. Invece, in piena epidemia, Marco è stato lasciato a casa per dieci giorni con la febbre alta e i sintomi quantomeno sospetti. Ha cominciato a sentirsi male il 7 marzo ed è peggiorato ora dopo ora. Era cardiopatico, tempo addietro si era anche sottoposto a un intervento chirurgico per l’asportazione di una ciste nella zona polmonare. Un soggetto a rischio, insomma, che avrebbe dovuto far scattare qualche allarme. Ma il tampone gli è stato fatto solo su sua insistenza e solo il 16 marzo. L’indomani è arrivata la risposta: positivo. La sera è stato trasferito a Livorno, nel reparto Malattie infettive. La mattina del 17 era ancora cosciente. Dolore nel dolore: quella mattina è morta anche la sua amata Amelie, la dolcissima cagnetta maltese che per lui era come un’altra figlia. Non gli è stato detto, per non aggiungere sofferenza. Il giorno dopo, il 18, Marco è stato portato in Rianimazione, sedato e intubato. Cinque giorni così, in condizioni gravissime ma stabili. Poi la tracheotomia, il cambio di antibiotici. I medici hanno tentato l’impossibile per salvarlo. E lui ha resistito finché ha potuto. C’è stato un momento in cui la febbre era scesa. Solo un’illusione. Domenica le condizioni sono precipitate. E ieri mattina il suo cuore, il suo grande cuore, si è arreso. Dopo 23 giorni di lotta, il suo corpo ha detto basta. Ha scelto la pace. Fine partita. L’unica consolazione è il pensiero che non abbia sofferto.


Poi c’è il resto. Il dolore dei familiari e degli amici. L’angoscia, lo strazio per non poterlo neanche salutare un’ultima volta. I funerali sono sospesi, non c’è niente da fare. Bisogna attendere la fine di questo incubo per celebrarlo come si deve. Ci sarà tempo e modo.

Marco apparteneva a quella generazione di piombinesi nati negli anni Sessanta e cresciuti con quel poco che c’era. Ragazzi abituati a socializzare per strada tra scorribande, scherzi feroci e partite a pallone. I primi calci, anzi le prime parate, Marco le aveva fatte sull’asfalto, in una via Dalmazia piena di bimbetti con i calzoni corti e le ginocchia sbucciate. Poi era passato all’Us Piombino. Era un portiere di talento e di prospettiva, si mise in luce durante le giovanili. Anche qui, facendosi nuovi amici rimasti legatissimi a lui. Ma tre operazioni in serie ai menischi (a quei tempi non erano uno scherzo) gli impedirono di arrivare in prima squadra. Con il calcio non chiuse mai, giocando per tanti anni nel campionato Amatori Uisp, nei tornei, poi allenando i giovani portieri nerazzurri e infine facendo l’arbitro Uisp. Era legatissimo al Magona, lo stadio dei sogni di tutti i ragazzi. E anche il luogo della sua crescita, della nostra crescita, negli anni più belli, era il Bar Sport di viale Regina Margherita. Proprio di fronte allo stadio. Anche lì, tra quei ragazzi sgangherati del bar, Marco era il leader che organizzava, guidava, trascinava.

Marco amava la musica, quella melodica. I Pooh su tutti. Una volta riuscì anche a ingaggiarli per un concerto organizzato all’Elba con altri amici. Perché lui non riusciva a stare fermo. Come quando organizzò un paio di edizioni di un quadrangolare di beneficenza al Palatenda con tutti i big del calcio, della televisione, della politica, dello spettacolo.
Aveva talento in ogni cosa che facesse. Aveva fatto mille lavori: per anni alla tipografia Falossi di Venturina, poi in proprio a Piombino dove aveva cofondato la Opus, infine sul porto, alla Smepp, dove le cose non erano andate benissimo.
Marco era tifosissimo della Juventus, sempre pronto a sfottere gli interisti ma soprattutto noi viola. Aveva il gusto della battuta, non ci sapeva rinunciare. Con lui, Beppe, poi Gianluca e Luca, formavamo un po’ la tribute band degli “Amici miei”. Marco era quello che teneva insieme gli altri. Che metteva le pezze. Mediava, conciliava e riconciliava.

Marco aveva una gran donna al suo fianco, Flavia. Aveva due figli meravigliosi, Michela e Alessandro, che vivono in Germania. Era nonno e a luglio sarebbe arrivato il suo secondo nipotino. Aveva un fratello, Roberto. E un mare di amici che lo piangono.

Ciao, fratello. La mia parte sinistra, quella del cuore, muore con te.