Scoperta archeologica a Baratti: un giovane schiavo sotto la pineta - Video

Sepoltura con corredo di seconda metà IV secolo a.C. (foto Giorgio Baratti)

Catene alle caviglie e al collo: un’altra sepoltura anomala scoperta e nuove ipotesi nello scavo 2016 dell’Università di Milano. Dopo la tomba della strega di Baratti da San Cerbone in tv e nei libri (Università dell'Aquila)

BARATTI. Catene alle caviglie, al collo. Forse era un giovane schiavo l’uomo incatenato, sepolto con pesanti anelli. Non ne conosceremo mai il dolore, ma dalla sua tomba scopriremo altre tessere del mosaico della nostra storia. Un’altra sepoltura anomala a Baratti, dopo che, nel 2011, erano state trovare in terra consacrata (vicino alla chiesa di San Cerbone) le “più recenti” strega e meretrice.

La scoperta nelle ultime giornate di campagna scavo dell’Università di Milano, da alcuni anni, nell’area centrale della spiaggia di Baratti. Studio che ha riguardato l’insediamento dell’età del bronzo, con la struttura per la lavorazione del sale e poi la strada consolare, che taglia in due la pineta, (quest’anno la scoperta di un ponte sospeso sul fosso).

«L’area indagata – spiega Giorgio Baratti (dipartimento scienze dell’antichità) che dirige da sempre le operazioni in sito – permette di recuperare dati minacciati dall’erosione, e garantisce indicazioni importanti pure dal punto di vista ambientale. Zona defilata, che non smette di sorprendere per le novità e la particolarità d’indizi e testimonianze».

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Baratti: lo schiavo sepolto sotto la pineta riemerge dopo 25 secoli

Sulla strada che passa dalla pineta di Baratti, 15 metri di larghezza, strati di banchina costruita sulla duna, molte tombe sono state spazzate via durante la costruzione, ma sono state comunque recuperate sepolture che cambiano il panorama di un paesaggio antico e che tanto raccontano su vita e lavoro di una Populonia sempre meno etrusca e più ellenistico-romana.

«L’uomo coi ceppi – sottolinea Giorgio Baratti – Si tratta della sepoltura in una fossa semplice con corredo di seconda metà IV secolo a.C., scavata all’interno dell’antica duna di sabbia e rinvenuta quasi intatta. Un giovane uomo deposto supino – racconta – con le caviglie avvolte da due pesanti anelloni di ferro, uno per gamba e con l’impronta di un oggetto sotto la nuca, forse di legno, che doveva essere collegato a un collare in ferro rinvenuto leggermente sconnesso in prossimità del cranio».

«L’insieme di questi elementi – sottolinea Baratti – segnala che l’individuo, verosimilmente uno schiavo, venne sepolto costretto alla testa e ai piedi da un dispositivo composto da pesanti elementi in ferro, forse completato da legami in corda o cuoio. La straordinarietà della scoperta già di per sé evidente, è sottolineata dalla datazione che, pur in assenza di corredo, può essere inequivocabilmente riferita precedentemente alla seconda metà del IV secolo a.C., forse tra VI e V secolo a.C., nel pieno della Populonia etrusca. Infatti la tomba dell’uomo in ceppi – prosegue – fu realizzata all’interno di un’area di necropoli caratterizzata da una fitta rete di sepolture, tanto da essere intercettata da un’altra sepoltura scavata lo scorso anno; quest’ultima, disposta con andamento diametralmente opposto e direttamente al di sopra, presentava un ricco corredo databile appunto alla seconda metà del IV a.C.».

«L’analisi del materiale recuperato nella “tomba dei ceppi”, come l’abbiamo battezzata – conclude Baratti – potrà offrire interessanti spunti. Sarà forse possibile ottenere qualche indizio sulla provenienza di quest’uomo che finì la sua vita sepolto ai vincoli nell’etrusca Populonia, rimanendo per secoli sullo scorcio della battigia nella pace, almeno da morto, di uno dei luoghi più belli d’Italia».

La strega di Baratti da S. Cerbone in tv e nei libri. In bocca i chiodi ricurvi, a dimostrare che nella terra consacrata di San Cerbone riposa da secoli una strega. A pochi metri l’altra sepoltura “anomala”, una meretrice. Tante le storie raccontate dall’indagine archeologica alla cappella di San Cerbone nuovo sull’archeologia funeraria di un insediamento medievale (prima del tutto sconosciuto) dell’Università dell'Aquila. Una notizia a lungo rimbalzata - era il 2011 - anche in tv (servizi della Bbc), su riviste specializzate, romanzi.

Studio condotto sin dal 2006 (per battere l’erosione che minaccia il golfo) da Fabio Redi, cattedra di archeologia medievale dell'Aquila, in collaborazione con Andrea Camilli della Soprintendenza e col finanziamento delle Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno più il contributo dell’Associazione culturale Amici di Populonia.

Inumazioni tra fine del 1200 ad inizio del 1300. La “strega” una donna tra i 20 e i 30 anni in una fossa rettangolare, senza sarcofago. Seppellita con 7 chiodi in bocca, inseriti dopo la morte, e attorno allo scheletro circa 13 chiodi infissi nel terreno, probabilmente utilizzati per inchiodare le vesti. Da ipotizzare un rito non beneaugurante. «Per lei – aveva spiegato l’archeologo Alfonso Forgione a lungo impegnato sullo scavo di San Cerbone nuovo – si può parlare dei revenant, in francesismo arcaico, quelli che tornano, cosa che andava impedita. Sorta di esorcismo per impedire alla donna di pronunciare sortilegi e di tornare in vita». Poi la “escort” medievale, sepolta a terra insieme a un sacchetto di pelle con, all'interno, 17-18 dadi in osso: sappiamo solo che questo tipo di gioco era vietato alle donne. Ed anche in questo caso il significato è preciso, un segno di condanna. Donne, pur “diverse” ma di famiglie comunque influenti nella comunità tanto da riuscire a portarle così vicine alla chiesa.