Quando il Piombino battè la Roma (3-1). Il sogno della serie A

I due capitani si stringono la mano prima della gara

Il 18 novembre del 1951 la partita più famosa della storia dei nerazzurri al Magona

PIOMBINO. Stadio Magona, 18 novembre 1951. Si gioca Piombino-Roma, decima giornata del torneo di Serie B. Non c’è piombinese in su con l’età che non ne parli come fosse oggi e anche i più giovani sanno che quella è la partita che meglio di ogni altra rappresenta l’orgoglio cittadino. Poco importa averla vissuta, è sufficiente averne sentito parlare per restar stregati da questa sfida leggendaria. Finisce 3-1 e il Piombino – anzi, il Grande Piombino – comincia a sognare la Serie A. È un’epoca in cui non c’è neanche la diretta radio e le immagini, rare, sono quelle molto in differita e in bianco e nero dei notiziari cinematografici. Stefano Tamburini racconta questa giornata particolare attingendo a quella tradizione orale che sa di antico ma che regala brividi ancor più che per un filmato. Sarà anche accaduto 64 anni fa ma, come per tutto ciò che sa di epico, è un po’ come se il tempo si fosse fermato. 

IL RACCONTO

PIOMBINO, 18 NOVEMBRE 1951

Soffia un vento tiepido, lieve e gentile, un maestrale dall’odor di leggenda, in questo giorno d’autunno in cui Piombino si sveglia e poi andrà a dormire cullando il sogno della Serie A. La guerra è ancora un ricordo vivido e sono in tanti quelli che si sono appena scrollati le macerie dal cuore e il terrore delle bombe dall’animo.

La Serie A del calcio può e sembra debba essere anche quella della vita, del riscatto dopo la miseria e la fame. Quella squadra che fa sognare è l’espressione di una fabbrica florida, la Magona, che di lì a poco sarebbe crollata per poi riprendersi in uno dei tanti cicli di splendore e disperazione che hanno abbracciato le grandi fabbriche negli anni che verranno dopo questo speciale 18 novembre.

La leggenda in diretta. È davvero il Giorno dei Giorni, questo in cui sta per nascere il mito del Grande Piombino. E anche se l’aria è tersa, il sole è come se tutti quanti ce l’avessero dentro. Allo stadio Magona si sta per giocare non un grande incontro, questa è “La Partita”: dopo, di così leggendarie non ce ne saranno altre. Questi sono giorni di grandi sogni a prova di ogni alba. Ci sono 13mila, forse 14mila persone stipate in uno stadio che potrebbe tenerne al massimo 10mila. In piedi, stretti come sardine, arrampicati sugli alberi e con il cuore in tumulto. Da giorni la città è tappezzata di manifesti nerazzurri: “Campionato italiano di calcio, Divisione nazionale Serie B”, stadio Magona d’Italia, ore 14,30: Roma vs Piombino”. Sì, la Roma, nell’unico campionato giocato al secondo piano del nostro calcio. È la capolista, sette vittorie, un pari e una sola sconfitta prima di quel giorno: 15 punti contro i 12 del Piombino che era stato in testa all’inizio. Per i nerazzurri tre vittorie all’esordio: 4-2 al debutto a Castellammare di Stabia, 3-0 al Venezia nella prima al Magona e un 2-0 al Bentegodi di Verona. Poi tre pareggi: 0-0 nel derby con il Livorno, 1-1 a Catania e in casa con il Pisa. A Salerno la prima sconfitta (2-0), quindi un bel 4-0 in casa con la Reggiana e un altro pari a Lodi con il Fanfulla. Dodici punti, due per ogni vittoria e uno per i pareggi, contro i 15 della Roma. Dalla Capitale sono partiti in quattromila, molti dei quali senza neanche sapere dove sia Piombino: un treno speciale e una carovana di torpedoni e auto private. Sono andati a ruba i pacchetti viaggio-stadio: 3.800 lire per la tribuna, 2.400 per i distinti e 2.000 per il parterre, che altro non è che la curva Tolla e quella fetta al lato della tribuna e la curva. Più o meno 65, 40 e 33 euro del 2015, anche se è davvero impossibile pensare che un domani così vicino ci possa essere una moneta in comune con quelli con i quali si è appena finito di spararsi addosso.

La fiumana giallorossa. Dalla stazione allo stadio sono trecento metri e la fiumana giallorossa appena venuta giù dal treno e dalle corriere è imponente ma scorre fra due ali di piombinesi con sguardo fiero e severo. Sembra di essere a Trastevere o al Testaccio, la dizione romanesca prevale. Parlano, parlano, spavaldi come solo quelli della Capitale sanno essere. Sfottono senza sapere cosa li attende. Allo stadio quei quattromila si fanno sentire, durante il riscaldamento i cori sono quelli di chi pensa di aver già vinto. Per loro, per i giallorossi, in campo con una stranissima maglia granata, questa Serie B è un’onta da dimenticare al più presto, il ritorno fra le “elette” viene considerato scontato nonostante il torneo da venti squadre proponga una sola promozione diretta e cinque retrocessioni. Qui si discute da tempo di ridurre la Serie A a 18 squadre, con il compromesso di uno spareggio fra la quartultima della A e la seconda della B.

Gli alfieri nerazzurri. Sembra una discussione epocale ma certo nessuno ci pensa, perché c’è questa partita che può aprire i sogni alla gloria. Prima di questo Giorno dei Giorni c’è stata tensione intorno al Piombino appena salito dalla C. Tutti guardano alle scelte dell’allenatore Fioravante Baldi, svizzero di nascita ma italianissimo, bandiera granata prima della guerra, uno che quelli del Grande Torino li ha visti crescere. È lui ad aver portato il Piombino in B e sa tener la barra dritta insieme con il presidente Baldino Giusti, il presidente onorario Arnaldo Lovetti – l’uomo del miracolo Magona – e il segretario Siro Iaconi. Con i giocatori, che vengono controllati passo passo. L’idolo della squadra è Bruno Mezzacapo, piombinese del quartiere operaio del Cotone. Gioca in difesa ma è infortunato, quella partita con la Roma non potrà giocarla: è lì in tribuna a fremere e soffrire, e poi a gioire. L’altro piombinese della squadra è Doriano Carlotti, il portiere. Uno che sa stupire e parare l’imparabile.

Avversari da prima pagina. L’allenatore mischia le carte, cambia qualche posizione e dall’altra parte Gipo Viani, uno che poi guiderà la Nazionale, non capirà granché di quanto accadrà in campo. Due ore prima del via lo stadio è già quasi pieno, eppure viale Regina Margherita è ancora un gigantesco fiume umano. Pensare che possano entrare in quel catino stracolmo sembra follia, eppure alla fine ci saranno tutti quelli che volevano esserci e non si sa come abbiano fatto. Quando dal sottopassaggio si scorge la testa dell’arbitro Giorgio Bernardi, uno che la domenica di solito frequenta campi di A, s’alza il coro “Roma, Roma” dalla curva Tolla, sventolano bandiere giallorosse che provano a cambiar colore al nerazzurro che si distende nel resto dello stadio.

Nove minuti ed è già gloria. Il vento soffia contro il Piombino, che attacca verso la curva opposta alla Tolla, quella dove ci sono i tifosi romanisti, che di vento sanno ben poco e per loro il ponentino è già chissà che. Per i piombinesi questo è vento normale, per quelli della Capitale è una bufera, proprio come quella che stanno per vedere in campo. Il vento è ancor più nei cuori nerazzurri, in una squadra che ci crede, dove tutti sanno quel che devono fare, che gioca a memoria. Sembra un gol casuale, quello del nono minuto, quello che gela gli ardori giallorossi. Ma non lo è, sono passaggi millimetrici, deviazioni precise anche di palloni vaganti. C’è un calcio di punizione: lo batte Cozzolini, respinge Knut Nordhal con un campanile da calcio parrocchiale. Eppure, lui è uno dei fratelli del più celebre Gunnar, quello del trio Gre-No-Li del Milan (Green, Nordhal e Niels Liedholm), ed è pur sempre un nazionale svedese. Quella palla si alza e scende fino a incrociare una mezza rovesciata di Ortolano e poi un colpo di testa di Montiani. È pura Accademia. Il portiere Risorti resta quasi fermo, trafitto da un colpo di biliardo. L’urlo della folla arriva fino agli angoli più remoti di una città silenziosa. Chi non è allo stadio è nei dintorni oppure attende a casa in una sorta di “tam tam di emozioni” fatto di passaparola e di passione che vale quasi come un gol in partenza. Quello che è stato appena segnato. La reazione romanista è da grande squadra, tre calci d’angolo uno dopo l’altro fanno vacillare ma non crollare i nerazzurri. Sul terzo è il numero 4, il cesenate Emilio Bonci, respinge di testa sulla linea. È una sorta di segnale, l’invito alla riscossa. La squadra di Baldi si riversa dall’altra parte e per i giallorossi ben presto arriverà il colpo del (quasi) ko.

Il raddoppio nerazzurro. Corre il minuto 40, quando un concentrato di abilità e furbizia fa scoppiare i cuori di gioia. È una rimessa laterale dalla tre quarti sotto la gradinata, il mulinar di braccia del numero 11 Montiani libera la palla in area per il numero 8 Biagioli e per un duello occhi negli occhi con il portiere Risorti. Il numero 1 giallorosso si oppone come può al centrocampista piombinese, intercetta la palla ma il tiro è così forte che gli piega le mani. Si alza una sorta di palombella beffarda che caracolla verso la porta. Due a zero e gli inni alla gioia nerazzurra ora sono senza sosta.

Al riposo è gioia pura. L’intervallo è fatto di sfottò ai romanisti, si ripiegano le prime bandiere giallorosse ma è tutt’altro che finita. Quando le squadre si riaffacciano dal sottopassaggio, è quasi un’altra storia: si gioca ancora sotto la curva verso il centro cittadino, a ruoli invertiti. La Roma preme, il Piombino vacilla ma non crolla. Falli, parate quasi impossibili di Carlotti. E la storia va avanti anche quando la Roma resta in dieci e mezzo. Si fa male Zecca: il numero 8 va all’ala sinistra e prova a dire la sua da zoppo, il mediano della Nazionale Arcadio Venturi va in attacco.

Roma ko al Magona, il Piombino vede la A

La terza rete dopo la paura. È una specie di assedio, la squadra di acciaio resiste fino al 30’ quando scatta un contropiede magistrale e Biagioli potrebbe dare l’ultima sterzata alla sfida. È un tiro secco da 15 metri, la palla sibila verso l’incrocio dei pali e sul Magona l’improvviso silenzio permette a tutti di cogliere il tonfo sordo e secco al tempo stesso del cuoio che si stampa sul legno della traversa. Il pubblico si rianima e richiama a gran voce il gol, la Roma è in bambola. Da quel tonfo sul legno non è passato neanche un minuto quando Tre Re si lascia sfuggire Montiani sulla trequarti, lo rincorre fino nella propria area e lo stende. Il fischio del rigore è accolto da un boato che si fonde in un coro “Piombino, Piombino” che accompagna l’esecuzione. Sul dischetto va Biagioli: palla a sinistra, portiere che non ci arriva. Piombino 3, Roma 0. Il sogno è realtà, i nerazzurri sono a un punto dalla coppia di testa Roma-Genoa.

Il gol della bandiera. E poco importa che manchino ancora 14 minuti. Tutti cantano e ballano e al 37’ salutano come fosse un gol la parata di Carlotti sul tiro a cento all’ora di Merlin. E non smettono di cantare neppure al 39’, con il pallone calciato da Bettin che si smorza sulla mano del numero 3 Coeli. Stavolta il rigore è per la Roma ma i cori non si placano neanche quando Venturi scaglia la palla rasoterra alla sinistra di Carlotti. Il portierone arriva a sfiorarlo quel pallone. Ma chi se ne frega: restano sei minuti e la Capolista non sarà più una minaccia.

Romanisti distrutti. I giallorossi usciranno poco dopo a capo chino mentre quelli del Piombino si abbracciano così come fanno quelli in tribuna. Il treno speciale riparte lento e sui marciapiedi della stazione ci sono solo piombinesi che restituiscono gli sfottò. Stessa sorte per quelli che se ne andranno in auto e in pullman. La strada di uscita dalla città è una sola (il vialino che dal centro arriva al Cotone, poi al Poggetto e al Gagno, viale Unità d’Italia ancora non esisteva). Non aprono neanche i finestrini, i tifosi romanisti, che non vedono l’ora di fuggire da quest’inferno. Sarà festa fino a tardi, almeno per quelli che al mattino alle 6 non dovranno entrare in fabbrica per il primo turno. È il fumo delle ciminiere ad alimentare i sogni, non solo calcistici di una città che appena sei anni prima era in piena rovina. Sarà festa ancora per un po’, anche se il sogno della Serie A resterà tale. Anche solo il profumo di quel traguardo ha saputo inebriare tutti quelli che c’erano e tanti di quelli che arriveranno dopo e se lo sentiranno raccontare con la stessa passione con la quale si racconta una favola a un bambino. Già, una favola che è stata vera, anzi che è ancora vera: bella e immensa, ben più di come ho provato a raccontarla. Questa è la favola del Grande Piombino. @s__tamburini

Il Piombino riuscì a tenere vivo il Sogno della Serie A fin quasi alla fine, battendo anche l’altra grande, il Genoa (2-1, 20 gennaio 1952). I nerazzurri chiusero al sesto posto – i sogni di gloria finirono alla 30esima giornata dopo l’1-1 con il Brescia – e restarono in B altri due campionati. La retrocessione, nel 1954, seguì di meno di un anno la crisi dello stabilimento Magona, la serrata degli industriali, l’occupazione operaia, la durissima repressione della polizia del ministro Scelba. E purtroppo non fu solo il calcio a retrocedere.