Lo squalo che uccise un sub diventa un souvenir

Magliette-choc in un chiosco a Baratti evocano una tragica immersione: il 2 febbraio di 26 anni fa la morte di Luciano Costanzo 

Magliette con scritto “Enjoy Baratti”. E, sotto, l’enorme bocca di uno squalo, con i denti ben in vista, come nella locandina del film di Steven Spielberg, il primo della serie. Sono in vendita a Baratti, in un chioschetto all’ingresso dello splendido golfo. Potrebbe essere una scelta commerciale, se non fosse che in quel golfo, 26 anni or sono, uno squalo uccise un uomo, un portuale con la passione del sub che si era immerso. Successe sotto gli occhi del figlio: chissà cosa penserà adesso di questi assurdi souvenir. A noi del Tirreno non sono piaciuti per nulla.

****

Te le trovi di fronte quasi come se spuntassero dal niente, dopo la classica sequenza da bazar estivo: gommone, maschera, palette, secchiello, retino da pesca, racchettoni e creme abbronzanti. E sono come una pugnalata al cuore, almeno per chi è in grado di capire e di indignarsi, quelle due magliette con scritto “enjoy Baratti”, goditi Baratti, e sotto le fauci spalancate di uno squalo. Nella versione in bianco si vedono meglio anche gli occhi e i denti sono più aguzzi e meno stilizzati. Ci sono dovuto passare due volte perché stentavo a crederci. E di fronte a quel chiosco nel primo parcheggio che si trova sulla sinistra venendo da Piombino, ci sono rimasto per qualche minuto. Un po’ incredulo e un po’ a cercare, ma più che altro a sperare, di trovare un segno diverso, che potesse farle sembrare altro, quelle fauci spalancate.

Purtroppo no, non c’è altro da vedere. C’è solo l’ignoranza o il pressappochismo di chi ha partorito l’idea, di chi l’ha realizzata e di chi ha deciso di venderle, quelle magliette. L’idea di mettere insieme lo splendido golfo e il suo mare d’incanto con la tragedia del 2 febbraio di 26 anni fa non mette solo i brividi. Fa venire molti dubbi sulle capacità di fermarsi di fronte al limite del rispetto, fosse almeno per i figli, i nipoti, gli altri parenti e gli amici di Luciano Costanzo, il sub piombinese che in quel mare da favola da uno squalo fu azzannato e divorato sul serio. E per giunta di fronte al figlio Gianluca e a un amico, Paolo Bader, un ingegnere di Napoli che seguiva la manutenzione a un elettrodotto sottomarino dell’Enel. Figlio e amico erano su una barca e videro lo squalo emergere e attaccare per poi sparire lasciando pochissimi miseri resti. In quei giorni del terrore si sentiva anche l’odore misto al salmastro, nell’avvicinarsi alle acque insolitamente calme e calde di un febbraio che sembrava primavera.

La croce sullo scoglio dello Stellino che fu messa per ricordare il sub ucciso dallo squalo

E ho ancora negli occhi la disperazione delle persone più vicine a Luciano Costanzo, non solo per la perdita di un familiare, di un amico ma anche del pensare a quella fine, la più orribile, quella intrecciata con la più atavica fra le paure dell’uomo. Il dramma non fu solo quello della morte, ci fu anche l’impazzimento collettivo del dopo, la caccia al bestione con i gabbioni improvvisati e i quarti di bue usati come esche agganciate ad ami giganteschi, la spiaggia della Torraccia trasformata in un’immensa gradinata da stadio per seguire con i binocoli la caccia in mare dei giorni successivi.

Non furono giornate semplici, anche più avanti quando ci fu chi – più che scioccamente – tentò di mettere in dubbio la storia, ipotizzando chissà quali fughe e chissà quali intrighi. Ci furono anche colleghi illustri che prestarono il fianco a quelle cazzate e finirono per pagar pegno con risarcimenti con sette o otto zeri (in lire). Dopo tutto questo, alla prima estate dopo il dramma, non fu semplice tuffarsi di nuovo da una barca in mezzo al golfo, ogni chiazza ombrosa di posidonia nel fondale faceva venire in mente la sagoma di quell’animale che aveva seminato morte e paure sconosciute.

È vero che il tempo fa passare molte cose ma non riesco proprio a immaginare un chiosco sotto il monte Cermis con le magliette con una cabinovia appesa a un cavo tranciato. Oppure, sia pure fra qualche anno, un negozietto dell’isola del Giglio che vende magliette con la faccia del comandante Schettino. O, ancora, sulla costa giapponese, una maglietta con scritto “enjoy Japan” e una grande onda che ricordi lo tsunami. Quello squalo per noi fu davvero uno tsunami e comunque da quel giorno il mare non lo abbiamo più guardato allo stesso modo. Lo amiamo ma abbiamo capito, ben più di quanto non sapessimo già, che è come certe persone: non sai fino a che punto puoi fidarti.

C’è anche il prezzo del disgusto su quelle magliette: 12 euro. A chi le ha concepite e messe in vendita mi piacerebbe poter trasmettere quel che hanno visto i miei occhi in quei giorni. O, più semplicemente, vorrei che – indossandola – l’ideatore provasse a sostenere lo sguardo dei figli di Costanzo. Se è rimasto un minimo di senno, dovrebbe bastare per far sparire quelle magliette orribili, il peggior spot che si potesse fare a questo mare e, soprattutto, a tutti quelli che vivono sulle sue sponde.

Piombino, 2 febbraio 1989: dal mare emerse il terrore

Quel 2 febbraio 1989.  Sono le 10 del 2 febbraio 1989, Luciano Costanzo, dei Portuali di Piombino, 47 anni, subacqueo dilettante, va con il suo gozzo di 6 metri, assieme al figlio Gianluca, di 19 anni e all'amico Paolo Bader, ingegnere svizzero di 64 anni, allo scoglio dello Stellino, a Baratti. Alle 10.25 è qualche minuto che Costanzo è sott'acqua. All'improvviso il figlio Gianluca intravede una veloce sagoma scura e una grande pinna che affiora. Le bolle del subacqueo si fanno più fitte quando lo squalo inizia il suo attacco: prima gli gira intorno un paio di volte, poi lo investe. La terza volta il subacqueo si toglie la maschera, alza il braccio e chiede aiuto. I due testimoni vedono lo squalo che apre la bocca ed afferra Costanzo trascinandolo sott'acqua (--- > l'articolo completo di quel giorno)

La locandina del Tirreno del 3 febbraio del 1989

Luciano Costanzo, il sub ucciso dallo squalo