Si ballava al ritmo degli Slenders

Gli Slenders davanti al loro pulmino, quello che poi rivendettero ai Pooh

Il gruppo musicale che infiammò una generazione si racconta e sbarca su Internet

(articolo del 12 aprile 1998)

PIOMBINO. C'era qualcosa di magico. Gli anni Sessanta scoppiettavano di vitalità, fremevano di pulsioni intrattenibili. Anche per la musica. Erano gli anni dei Beatles, dei capelli lunghi, degli hippy, del Flower Power, della Swingin' London, delle mille rivoluzioni (culturale, operaia, studentesca...). Anni in cui si incrociavano sogni, utopie e contraddizioni. Gli anni del Vietnam, di Malcolm X, dell'assassinio di Kennedy, della guerra fredda, della Primavera di Praga, dei primi attentati terroristici, di piazza Fontana...

Piombino si affacciava a quel decennio con gli ultimi spiccioli del benessere prodotto dall'industria. Il boom economico si stava sgonfiando, bucato dai primi spilli di una crisi che di lì a poco avrebbe prosciugato speranze e aspettative, ma si ballava ancora alla Lega o al Faro, i ragazzi “strusciavano” in corso Italia, il cinema Sempione sfornava due film a botta e la 500 era la “seconda macchina”.

Il pezzo uscito in cronaca del Tirreno il 12 aprile 1998


Gli Slenders nascono in questo scenario, partoriti dall'idea di un impresario, Ivo Saggini, e di un musicista, Tullio Anselmi (entrambi scomparsi nel '97). Un'ottima idea. Gli Slenders conobbero il successo e sfiorarono quello vero. Ma, alla fine, “sfondò” solo uno di loro: Riccardo Fogli.

LE ORIGINI. Siamo nel 1961. The Slenders  (cioè “Gli Smilzi”) partono in tre: Nedo Anselmi, figlio di Tullio, alla chitarra; Piero Ballini, anche lui alla chitarra e Vincenzo Doni, che dalla fisarmonica passerà alle tastiere. Mancano un bassista e un batterista. Quest'ultimo ruolo viene affidato a Marino Alberti, un ragazzino che non ha neanche mai toccato un charleston o un tamburo. In precedenza era stato interpellato un percussionista “vero”, Ermindo Bottai, che però aveva rifiutato in quanto prediligeva il jazz. E gli Slenders, prima ancora di nascere, sanno già cosa vogliono suonare: rock'n'roll, rhythm'n'blues e soprattutto l'elettrizzante musica beat.

LA BATTERIA... DASH. “Ero un bimbetto - racconta Marino - dopo la scuola trascorrevo i pomeriggi nei negozi di dischi, la musica era la mia grande passione. Un giorno entrarono in negozio Nedo e il padre, mi proposero di suonare in un gruppo. Ero eccitato e spaventato. Cominciai a impratichirmi a casa, con i fustini del Dash. Poi mi feci prestare una batteria che aveva buchi nelle pelli così grandi che ogni tanto ci perdevo le bacchette. Non era facile, ma volevo riuscirci”.

“C'erano anche difficoltà oggettive - aggiunge Nedo - La tecnica stava cambiando, si passava dal melodico al beat e non c'erano scuole, maestri o spartiti. I dischi erano quasi introvabili, le radio libere non esistevano e così, di notte, ascoltavamo di nascosto Radio Luxembourg, con i "Geloso" registravamo i pezzi per poi studiarli e copiarli. Provavamo tutte le sere. Più tardi il sindaco, Rolando Tamburini, ci procurò un fondo alla sede della Fgci in via Torino. Ci ispiravamo a Paul Anka, Elvis Presley, Frankie Avalon, Little Richard... Ma i nostri veri modelli erano gli Shadows e poi i Beatles, che stavano esplodendo proprio in quel periodo”.

IL DEBUTTO E I PRIMI SUCCESSI. Marino: “Esordimmo in pubblico nel '63, alla Rinascita di San Vincenzo, proprio con una delle primissime canzoni dei Beatles, "Please please me". Ma non conoscevamo bene l'inglese e riscrivemmo liberamente il testo in italiano. Seguirono feste di piazza, serate nei locali... Riuscimmo presto a farci conoscere nella zona, anche perché pochi altri suonavano quella musica così "moderna" che faceva presa sui giovani. Poi c'erano anche altri fattori, immagine compresa. Insomma, eravamo tra i primi "capelloni". Capelli che, a quei tempi, ci hanno creato anche qualche... problemino. E il "peggio" doveva venire con Riccardo: lui sì che era trasgressivo”.

“Ben presto fummo incanalati in un buon circuito – aggiunge Nedo - grazie a Saggini. Iniziammo a girare l'Italia al seguito di Alighiero Noschese, Jimmy Fontana... Suonavamo anche in Emilia, la "patria dei bravi".

L'ARRIVO DI RICCARDO FOGLI.  Marino: “Nel '63 Saggini ci disse che in città era arrivato un ragazzo di Pontedera, un certo Fogli; aveva lavorato in un night, suo padre faceva il gommista e aveva comprato un negozio in via Trento e Trieste. Aggiunse che questo ragazzo suonava la chitarra, cantava molto bene e avrebbe potuto risolvere il problema del basso. Ci chiese di provarlo. All'Elba, dove già ci conoscevano, avevamo una serata all'hotel Hermitage a Procchio. Ci presentammo come The Slenders & Tony Rio. Andò talmente bene che Tony Rio, anzi Riccardo, divenne uno dei nostri”.

Nedo: “Riccardo per quei tempi era molto anticonformista. Capelli lunghissimi, catene, si era fatto cucire dalla madre uno dei primi giacchetti jeans con una saetta ricamata, e in una grossa tasca interna teneva un pulcino. Sì, un pulcino. A Piombino, trent'anni fa, certi personaggi non passavano certo inosservati”.

I CONFLITTI. Erano più forti gli Slenders o i Nomadi? Allora c'era anche questo tipo di rivalità, un po' come accade oggi nel calcio tra gli ultras. Ogni gruppo aveva la sua nemesi. Non solo i Beatles e i Rolling Stones. “Al cinema Verdi di Chiesina Uzzanese (ora il famoso Don Carlos, ndr) su una pedana suonavamo noi e sull'altra i Nomadi di Augusto Daolio. E tra i fans erano guerre, non solo a parole... Era bravo chi suonava più forte, chi aveva l'attrezzatura più potente, chi aveva i capelli più lunghi, chi "scapeggiava" di più. Insomma chi, oltre a essere bravo davvero, sul palco faceva più casino possibile”.

IL PULMINO. “Ci comprammo un furgone nel '64 – ricorda Nedo - quando le trasferte iniziarono a farsi sempre più fitte e lontane. Era bianco e rosso, col nostro nome sulle fiancate. Due anni dopo, quando gli Slenders si sciolsero, quel furgone lo rivendemmo ai Pooh, che sostituirono il nostro logo con il loro. A quei tempi i Pooh avevano un pulmino che cadeva a pezzi...”.

I POOH. Marino: “Roby Facchinetti lo conoscemmo al Piper di Roma, quando suonava le tastiere in un'orchestra dal nome "Pierfilippi". Ci raggiunse al Piper di Milano nel '66 con i Pooh, che era il nostro complesso di spalla. Non parlo di bravura, solo che era così. D'altronde dei Pooh attuali, oltre a Roby, c'era solo Valerio Negrini alla batteria, che poi si sarebbe ritirato per passare ai testi delle canzoni”.

IL PIPER DI MILANO. “Ci arrivammo nel '66 dopo il grande successo ottenuto un anno prima al Festival di Ariccia, dove ci classificammo secondi. A scritturarci fu Leo Waechter in persona (l'impresario che nel '65 portò i Beatles in Italia, ndr). Waechter ci ingaggiò per un mese, in prova. Suonavamo pomeriggio e sera. Al Piper "tiravano" molto i Rockets, l'Equipe 84, le Facce di Bronzo, i Samurai di Livorno e... gli Slenders. Noi eravamo la band "dura", con un repertorio a base di Rolling, Animals, Kings, roba "tosta" insomma. Avevamo la mania dell'Inghilterra, da dove ci facevamo mandare i dischi. Tenevamo testa a maestri del beat come Renegades, Patrick Samson, Red Boys. Al termine del mese di prova ci offrirono un contratto, ma...”.

LO SCIOGLIMENTO. Marino lo racconta così: “Waechter ci convocò nel suo ufficio in via Montenapoleone, per firmare un contratto quinquennale con il Piper. Disse solo che avremmo dovuto cambiare il modo di vestire, di presentarci ecc. Spiazzando un po' tutti, decisi di smettere. Perché? Incoscienza, capriccio... Ero molto giovane e influenzabile, non davo troppo peso alle cose. Me ne pentii subito, quando ormai però era troppo tardi. Nel frattempo i Pooh, lì in agguato, proposero a Riccardo di passare con loro. La sera Riccardo venne nel camerino e mi chiese di restare, lui avrebbe fatto altrettanto. Ma io ero irremovibile”.

Interviene Nedo: “Waechter non fece una piega e ci presentò un batterista inglese, ma non funzionò. Fino a quel momento avevamo diviso tutto: successi e delusioni, soldi e tozzi di pane. Qualcosa si era incrinato. E poi c'erano anche altre forti pressioni: Vincenzo e Piero lavoravano all'Ilva e avevano chiesto il permesso per un anno, le loro famiglie insistevano per farli tornare a Piombino. Eppure, se fossero rimasti Marino e Riccardo, saremmo andati avanti lo stesso, noi tre. Invece mi ritrovai solo, ed è una cosa che mi è sempre rimasta qui... Magari poteva andare bene per un mese, un anno, o forse di più, chi lo può sapere? Invece il destino ci ha rimandati tutti a casa. Anzi, quasi tutti”.

OCCASIONI PERSE. Riprende Marino: “Riccardo rimase a Milano, i Pooh incisero "Quello che non sai" e "La canzone nel buio", quest'ultima precedentemente riarrangiata da noi da "A look in the mirror", incise a Roma con la Rca ma mai pubblicata. Terminato l'impegno al Piper, i Pooh rientrarono a Bologna, rifondarono il complesso. Ma i primi tempi, per loro, furono ancora duri”.

GLI ULTIMI CONCERTI. Marino: “Appena arrivato a casa mi resi conto della cazzata che avevo commesso. Dopo due mesi andai da Nedo e lo convinsi a rimettere in piedi gli Slenders. Avremmo suonato non da professionisti, anche perché lui aveva già trovato un altro lavoro. Nedo era ancora furioso e amareggiato, ma accettò. Trovammo un bassista, Mauro Giorgi, richiamammo anche Piero e Vincenzo. Suonammo un'estate intera al Club Mediterranée di Donoratico. Riccardo andava e veniva, un po' per amicizia e un po' perché aveva bisogno di lavorare. Poi lui e i Pooh esplosero, con loro entrò anche Saggini che nel frattempo si era licenziato e aveva aperto un'agenzia a Milano insieme a Ivo Calligaris, il tastierista di Caterina Caselli. L'album "Alessandra" è prodotto anche da Saggini. Infine Riccardo si invaghì di Patty Pravo, conosciuta nel '69 a Rimini, ma questa è un'altra storia, che sapete tutti. Quello che forse è stato meno sottolineato è il suo rapporto con il nuovo chitarrista, Dody Battaglia. Lui e Riccardo non hanno mai legato”.

OGNUNO PER LA SUA STRADA. “Noi intanto cambiavamo continuamente formazione: io e Nedo, inseparabili, più altri. Finché ci stufammo. Ognuno prese la sua strada, il lavoro e le circostanze ci portarono lontani, ma sempre vicini nel cuore e sempre nel mondo della musica. Infine ci siamo ritrovati e abbiamo rifondato gli Slenders. E siamo a oggi”.

Oggi e domani - Quanto è probabile un ritorno di Riccardo Fogli? “Sarebbe bello, ma non sappiamo... tutto è possibile... ma dipende...”. Marino e Nedo si frugano in tasca tirando fuori frasi fatte, di circostanza. Poi ne scappa una, la dicono quasi in coro: “In ogni caso Riccardo sarà sempre uno di noi. Uno Slender”.

 

CON LA PAVONE AD ARICCIA
I fans organizzarono pullman speciali

“La trasferta di Ariccia? Indimenticabile”. Chi parla è Liliana Scaramelli, dipendente comunale, una delle prime e più scatenate fan degli Slenders ai tempi della generazione yé-yé. “Eravamo amici - dice - frequentavamo lo stesso gruppo e, quando suonavano, noi li seguivamo un po' dappertutto, almeno nella zona. Per il Festival di Ariccia organizzammo due pullman, saremo stati un centinaio. La manifestazione organizzata da Teddy Reno era tra le più importanti in Italia, come potevamo perdere l'occasione di fare il tifo per la "nostra" band? Ci divertimmo come matti, ricordo che ballando ballando mi ritrovai sul palco insieme a Rita Pavone. Gli Slenders cantarono "La casa del sole" e arrivarono secondi, un successone. Se tornassero insieme farebbero ancora grandi cose, ne sono convinta”.

 Lia Longinotti li ha praticamente visti “nascere”. Era la proprietaria del negozio di dischi in via Lombroso – gestito per quarant'anni fino al novembre scorso - dove il giovane Marino aveva quasi stabilito la sua seconda residenza. “Non erano semplici clienti, ormai facevano parte della nostra famiglia. Ho seguito la loro carriera e devo dire che, amicizia a parte, avevano davvero del gran talento. Non per niente Riccardo è diventato quello che è. Ma tutti loro avrebbero meritato di sfondare, forse è mancato solo un pizzico di fortuna”.