Rebrab convocato a Roma: il Mise vuole chiarimenti

Farid Tidjani con Issad Rebrab, presidente di Cevital (foto Pabar)

Intanto il professor Mapelli boccia l’Afo: troppa rigidità, solo i forni elettrici darebbero competitività allo stabilimento

PIOMBINO. Cevital sta concludendo le valutazioni tecniche sul rapporto costi-benefici in merito alla possibile rimessa in marcia dell’altiforno: all’inizio della prossima settimana è previsto l’incontro tra i sindacati e Issad Rebrab, ma l’incontro potrebbe slittare visto che il presidente di Cevital è stato convocato al ministero dello Sviluppo economico (appuntamento il 19 marzo) insieme alle istituzioni e al commissario straordinario della Lucchini Piero Nardi.
In quella sede Rebrab dovrà spiegare al viceministro Claudio De Vincenti le sue intenzioni per lo stabilimento di Piombino dopo l’altalena di notizie che non hanno lasciato indifferente il governo, considerando i presupposti (un piano industriale con due forni elettrici e la bonifica della vecchia acciaieria) che avevano consentito a Cevital di aggiudicarsi la gara con Jindal.

Intanto, mentre in città si discute a vari livelli dei progetti allo studio da parted el gruppo algerino, abbiamo sentito il professor Carlo Mapelli, ordinario di metallurgia e siderurgia al Politecnico di Milano, che nel mese di aprile dell’anno scorso in un’intervista al Tirreno aveva espresso la sua convinzione che lo stop all’altoforno fosse ineluttabile.

Oggi, di fronte alla valutazione in corso da parte di Cevital sulla possibilità di rimettere in marcia l’altoforno, ribadisce il concetto: «L’altoforno, per la sua rigidità, a Piombino non è mai stato competitivo, se il progetto di cui sento parlare poi dovesse essere senza cokeria, perderebbe qualsiasi profilo di sostenibilità economica».
«Il problema che ha sempre avuto lo stabilimento di Piombino – sostiene il profesor Mapelli, che alla ex Lucchini dal 2006 al 2010 ha diretto il master di siderurgia – è stata l’incapacità di adeguarsi al mercato proprio per la rigidità dell’Afo, perché non mancava certo la qualità del prodotto. I forni elettrici invece risolverebbero il problema di fondo della competitività rispetto alla concorrenza, in particolare quella del Nord, che ha la sua forza proprio nella flessibilità».
Mapelli spiega dunque in modo chiaro qual è appunto il limite dell’Afo: «Intanto per rimettere in marcia l’impianto di Piombino – dice il professore – servirebbero 60-70 milioni viste le condizioni in cui si trova dopo anni di stop and go continui. Al di là di questa considerazione l’altoforno ha una capacità di due milioni e 400mila tonnellate annue. Bene, per via dei costi fissi di gestione – prosegue – questa quantità non può essere parzializzata, cioè l’Afo per mantenere competitività non può subire variazioni superiori al 10-12%. E si capisce perché con gli alti e bassi del mercato, quando l’Afo ha prodotto meno rispetto alla potenzialità ha sempre generato perdite. Proprio per questo problema anche un forno elettrico a valle non risolverebbe il problema di fondo dell’Afo».
Per il professor Mapelli poi dal punto di vista gestionale il problema della cokeria è insormontabile: «Non avendo un impianto proprio e dovendo acquistare tutto il fabbisogno ci sarebbero problemi funzionali e di efficienza, visto che il coke tende a sbriciolarsi nelle operazioni di carico e scarico. Realizzare una nuova cokeria, invece, ritengo costi una cifra intorno ai 120 milioni, in non meno di 18 mesi di lavoro. Sono impianti di nuova tecnologia, molto costosi anche dal punto di vista gestionale vista la necessità di adeguarsi alle nuove normative europee sugli Ipa (i cancerogeni idrocarburi policiclici aromatici, ndr) e sull’abbassamento della polverosità a 10 milligrammi per metro cubo. Considerando dove è collocata la cokeria mi sembra un progetto problematico dal punto di vista delle autorizzazioni ambientali».