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Addio a Stefano, cuore rossoblù dalla passione senza confini

Stefano Stefani

Da tifoso-collaboratore ha vissuto a fianco della squadra l’epoca d’oro (e più romantica) del Montecatini Basket

MONTECATINI. I primi ricordi di Stefano Stefani, morto a soli 57 anni martedì per l’aggravarsi di una malattia, sono legati al palazzetto di viale Da Vinci. Era seduto nelle prime file della gradinata, aveva in mano una cartelletta di plastica, di quelle che servono per reggere il foglio dello “score”. C’è disegnato un campo da pallacanestro, e ci si riportano i tiri realizzati e sbagliati, per avere a fine partita uno scout statistico generale e individuale. Prima che la mansione venisse affidata al computer (con Stefano a quel punto al tavolo a bordo campo) veniva fatta a mano.

Era curioso che fosse proprio lui a farla, perché era un tifoso sfegatato, e non si capiva come potesse concentrarsi sui numeri mentre soffriva e gioiva per le sorti della propria squadra. In realtà se ne stupiva solo chi non lo conosceva: probabilmente proprio avere qualcosa da fare stemperava (si fa per dire) la sua sofferenza, e d’altra parte non era solo un tifoso, era un grandissimo appassionato, di basket ma anche di altri sport, a cominciare dal calcio.


Fare un viaggio in macchina con lui per seguire lo Sporting Club in trasferta era un’esperienza indimenticabile: se si incrociava una macchina targata Catanzaro in autostrada salendo verso il nord, partiva la previsione «Questi vanno a vedere il Catanzaro a San Siro». Ed era tutto un susseguirsi: «Eccone una targata Bo, vanno a Bergamo a vedere Atalanta-Bologna». In tre ore di viaggio si ricostruiva mezza giornata di calendario di serie A, ma Stefano poteva scendere alle B senza problemi, forse anche in C1, e naturalmente valeva anche per la pallacanestro. «Una macchina di modenesi, il Menestrello gioca a Verona».

Stefano faceva il bancario, ma era la passione stessa per lo sport e per la palla a spicchi, una passione difficile da contenere in una persona sola, e infatti esplodeva. Le radiocronache e le telecronache erano spesso punteggiate dalle sue proteste verso gli arbitri per via della vicinanza al microfono, oppure dalle grida di gioia per i canestri realizzati.

Quando lo Sporting Club chiuse, per lui fu un vero lutto. Per qualche tempo smise di frequentare il Palaterme, perché aveva sofferto troppo, e non voleva trovarcisi una seconda volta. Poi, con il tempo, anche se cerando di farsi coinvolgere meno, era tornato a seguire le vicende rossoblù nelle varie incarnazioni.

Certo non aveva ammainato la passione, visto che l’ha passata in eredità al figlio Simone, tifosissimo della Gema e animatore degli Old Lions. La sorella di Stefano, Annalisa, del resto era la segretaria storica della società, stava al bancone accanto alla porta che portava all’ufficio di Gino Natali, il general manager della cavalcata dalla B all’A1.

Mancherà a tutti, Stefano, che oltre a Simone e Annalisa lascia la moglie Sandra e la mamma Iliana. Mancherà anche a chi non lo vedeva in tribuna da un po’, anche a chi negli anni ha smesso di seguire la pallacanestro e sapeva che i problemi di salute lo perseguitavano. Un po’ perché faceva parte – e una parte tutt’altro che secondaria – degli anni più romantici di questo sport a Montecatini, un po’ perché era una persona buona, sincera, spontanea, a cui era impossibile non volere bene.

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