Parte una raccolta di fondi per i bambini della donna che si è gettata in autostrada

A organizzare l’iniziativa è Nikolin Gjeloshi, imprenditore di successo nominato Ambasciatore albanese nel mondo

MONSUMMANO. C’è un uomo che da quando il 28 aprile è accaduta la disgrazia della giovane mamma che si è tolta la via gettandosi dal ponte dell’autostrada, non si è mai fermato. Si chiama Nikolin Gjeloshi, 52 anni, è un imprenditore, presidente di Assoalbania, associazione imprenditori albanesi in Italia, Ambasciatore albanese nel mondo a vita. Per tutti è soltanto Niko ed è da sempre punto di riferimento della comunità proveniente dal Paese delle Aquile.

È stato fra i primi ad arrivare sul luogo della disgrazia e ad occuparsi insieme alla sindaca Simona De Caro dei funerali. Ed è proprio Niko che ha immediatamente organizzato una raccolta fondi per i bambini che sono rimasti senza la mamma. Ed è ancora Niko che spera che non solo i membri della sua comunità, ma anche altre persone di buon cuore, possano partecipare donando anche una piccola cifra.


Niko sa bene cosa significhi trovare chi, con generosità, ti porge una mano. Oggi è un imprenditore di successo, ma non è sempre stato così. «Era il 31 dicembre del 1992 quando a mezzanotte sono partito da Valona per l’Italia su un gommone, eravamo in 37 – racconta –. Quella notte il mare non era mosso, avevo pagato tre milioni di lire. Quando siamo arrivati sulla spiaggia era buio pesto, sulla testa sentivamo volare un elicottero e noi ci nascondevamo sotto le siepi. Ero giovane e c’era anche tanta incoscienza. Non avevo alcun bagaglio, portavo con me soltanto le mani in tasca, niente altro. Addosso un giacchetto e un paio di pantaloni di jeans. Avevo 23 anni e tutta la vita davanti. Eravamo tutti uomini su quella barca. In Albania guardavamo l’Italia in Tivù, Raffaella Carrà e Pippo Baudo. Ma c’era tanta voglia di scappare e di libertà, di crescere, di lavorare».

La fuga dall’Albania. «Ho scelto l’Italia perché era dietro l’angolo – continua Niko – la immaginavo come un paradiso terrestre, una meraviglia. Arrivammo a Otranto e poi a Brindisi. Con un treno fino a Reggio Calabria, a Messina e a Barcellona Pozzo di Gotto. Per tre anni sono stato a lavorare nell’edilizia. Non sapevo una parola di italiano. Parlavo con i gesti. Dalla Sicilia sono andato via per non pagare il pizzo. Di giorno facevo il muratore e la sera lavoravo in una pizzeria. Quando hanno cominciato a chiedermi il pizzo io capivo la pizza... Sono partito ed è stato meglio per me».



Niko scappa a Prato, poi a Firenze, Quarrata e infine a Monsummano. «Ho continuato a lavorare nell’edilizia e nel 2005 nel settore piscine. Ho due aziende. Una in società con un amico italiano. Nel 1996, quando ho aperto la mia azienda, un dottore mi consigliò di usare l’italiano. Io avrei voluto chiamarla con il mio nome albanese, ma lui mi suggerì un nome italiano, perché temeva che con il nome straniero non avrei ricevuto fiducia dai potenziali clienti».

Con gli anni Niko si è dimostrato un lavoratore serio. «Qui in Valdinievole le famiglie albanesi che sono rimaste e che non sono partite per la crisi verso altre destinazioni europee si sono integrate molto bene – dice Niko –. I bambini vanno a scuola, molti albanesi si sono messi in società con gli italiani. Chi si è comportato male e ci ha fatto fare brutta figura è stato emarginato e condannato proprio dalla nostra comunità. Ci dissociamo e siamo contro chi non si comporta onestamente». –

© RIPRODUZIONE RISERVATA