Michelucci, prozio burbero ma affettuoso con i bambini

Ilaria Michelucci mostra alcuni mobili della sua casa di Montecatini disegnati dal grande architetto pistoiese Giovanni, che era fratello di suo nonno Renzo

Ilaria ha il cognome del grande architetto pistoiese al quale da piccola andava a fare visita. A Montecatini la sua casa è completamente arredata con mobili disegnati da lui 

Simona Peselli

MONTECATINI. Lo ha sempre chiamato zio, anche se era il fratello del suo caro nonno. Gli dava del tu, con quell’innocenza che usano i bambini. Per lei era naturale andare a trovare, insieme ai nonni e poi con la nonna soltanto, quello zio tanto burbero per gli altri, ma con lei sempre tollerante e gentile. Sono passati da poco 30 anni dalla morte, ma un genio, un artista, è per l’eternità una creatura soprannaturale che continua a vivere nelle proprie opere. Nel caso dell’architetto Giovanni Michelucci (nato a Pistoia il 2 gennaio del 1891, morto il 31 dicembre 1990 all'antivigilia del suo centesimo compleanno) non c’è pericolo di poterlo dimenticare. Fosse solo per quella chiesa “strana” che si scorge percorrendo l’autostrada per Firenze.

A Montecatini, in casa di Ilaria Michelucci, non è solo il cognome che ci riporta al suo famoso zio architetto. Tutto l’arredamento è firmato Giovanni Michelucci, uno che non ha vissuto invano i suoi cento anni, realizzando opere in tutta Italia. Ma il suo talento l’ha visto appunto protagonista anche della progettazione di elementi d’arredo, che sono stati prodotti in serie limitate. «Nel salotto in cui riceveva – ricorda Ilaria – aveva un tavolo basso di legno con una rosa del deserto con cui giocavo. Un pomeriggio a forza di portarla avanti e indietro vidi che gli avevo rigato il tavolo. Al contrario di quanto tutti si aspettavano, non si arrabbiò, prese la rosa e, spostandola, aveva gli occhi che sorridevano.

Non sorrideva quasi mai, Michelucci. Era conosciuto per il suo carattere rude. «Sia mio nonno Renzo che lo zio Giovanni – racconta Ilaria Michelucci – nascono dalla Fonderia di famiglia in ghisa e ferro battuto. Erano sette fratelli. Dopo l’epidemia della “spagnola” nonno Renzo trasformò l’officina in fonderia di bronzo e insieme lavorarono alla Chiesa dell’autostrada. Giovanni come architetto, mentre le statue e le porte dei grandi scultori italiani furono fuse nella Fonderia Michelucci» .

Ilaria ricorda con affetto gli anni delle visite allo zio. «Era un tipo schivo anche nei rapporti familiari – aggiunge Ilaria – al contrario di mio nonno. L’ho visto più sciolto solo con mio nonno, quando poi lui è morto è rimasto un legame tenero e affettuoso con la mia nonna Gilda. Quando era insieme a lei diventava dolce anche con me».

L’architetto Michelucci aveva anche una grande passione per le Alpi Apuane, nonostante l’età avanzata si era occupato di un progetto per il memorial di Michelangelo. «Conservo con affetto una sua fotografia – aggiunge Ilaria – che lo ritrae sulle Apuane in tenuta da walking». Poi mostra con orgoglio uno dei primi disegni della Chiesa dell’autostrada. «Ho anche il bozzetto in bronzo – spiega Ilaria – fuso da mio nonno Renzo, che fu portato in Vaticano dal cardinale Ruini per l’approvazione».

Giovanni Michelucci non solo architetto. «Quello che ho sempre ammirato – afferma Ilaria – è stato il design, in casa mia ho tutti i mobili disegnati da lui. Ha progettato tavoli, madie, sedie molto essenziali. In famiglia abbiamo la prima sedia firmata da lui, prima che poi fosse riprodotta. Mia figlia maggiore ha la camera che zio Giovanni disegnò per essere la camera dei miei nonni».

L’amore per questo zio speciale è destinato a durare in famiglia. «I miei figli – conclude Ilaria – lo hanno conosciuto attraverso i miei racconti e quelli della bisnonna, e sono legati a lui. Mio figlio ha preso un piccolo hotel a Pistoia e vuole dedicargli la sala riunioni che sta allestendo». –

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