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Monsummano, squadra che non appassisce mai

La squadra dell’Unione Valdinievole che nel 1972 vinse la Coppa Italia Dilettanti

Dall’Italia prefascista ai giorni nostri è morta e risorta diventando un simbolo

Il giuoco del calcio, come si diceva un tempo, in un trionfo di vocali, arriva in Valdinievole prima della Grande Guerra. Pescia, la città dei fiori, fa da “apripista” nel lontano Anno Domini 1912. Poi, quando si placa il rombo dei cannoni e la Spagnola smette di far vittime, è la Lampo, compagine del paese dei brigidini a prendere vita sportiva. Era il 1919. L’anno successivo nascono il Montecatini e il Borgo Buggiano. Mancano però all’appello due laboriosi paesoni collocati tra la Svizzera Pesciatina, in odor di Lucchesia, e la zona del Montalbano ai confini con la provincia fiorentina. Stiamo parlando della Larcianese, che colmerà tale lacuna nel 1922, e del Monsummano, battezzato nel 1921 e di cui ricorre quest’anno il centenario. Non ancora invasa dalle fabbriche di calzature, Monsummano poteva contare sui bagni a vapore della Grotta Parlanti e del Regio Stabilimento della Grotta Giusti, scoperti a metà Ottocento dal cavalier Domenico Giusti, padre del poeta Giuseppe, e frequentati da Garibaldi e dal maestro Giuseppe Verdi, che definì la grotta «l’ottava meraviglia del mondo». I primi calci vengono tirati in piazza del Popolo ma le vere battaglie pedatorie si disputano nel Cortile dei Combattenti, dietro l’attuale asilo delle suore. Era un football pionieristico a cominciare dalla cucitura della sfera che lasciava degli autentici tatuaggi in fronte sui colpi di testa. E la sede logistica scelta non era esattamente la più appropriata, considerate le bestemmie che ogni tanto scappavano ai rudi partecipanti alla contesa. Tra questi Quirino Baldecchi (podestà negli anni a venire), Eugenio Pagliai (poi primario di chirurgia all’ospedale del Ceppo a Pistoia) e Amedeo Bedini, labronico di origine nonché ex giocatore del Livorno.

Amaranto, dal greco “che non appassisce”

Per quanto riguarda i colori sociali, inizialmente la dirigenza opta per il bianco e il celeste, forse per spirito emulativo nei confronti dei vicini di casa del Montecatini, i quali si sono ispirati alle divise delle mescitrici delle Terme e a colori del gonfalone. Ma quando c’è il derby chi deve cambiare la montura? Bella domanda. Le squadre avevano a malapena vestimenti per undici elementi. Il carismatico Bedini lascia passare un paio di stagioni e poi inizia a soffiare sulla brace, incalzando i compagni: «Più bel colore dell’amaranto non c’è. E non si vede nemmeno il sangue se si piglia una scarpata!».

Il cambio cromatico è promosso a pieni voti. Il rettangolo magico del circolo dei Combattenti non riesce più a contenere il pubblico, accalcato a ridosso delle linee laterali. Occorre un luogo più spazioso, individuato più o meno alle porte della città e inaugurato nel 1925. Un’arena leggendaria e quasi inespugnabile, a seguire denominata campo Loik, in onore del fuoriclasse del Grande Torino, dai colori simili e dal medesimo ardore agonistico dei fieri guerrieri valdinievolini di amaranto bardati. Il grido di battaglia diviene un mantra ripetuto nei momenti topici della contesa. Tre parole: «Pallone in Candalla!», riferito al torrente che costeggiava e costeggia tuttora il campo dalla parte della tribuna. Il rio, che sfocia nel Padule di Fucecchio, era una sorta di cimitero di palloni in quanto i nerboruti centromediani dell’epoca, seguendo tale accorata direttiva da parte dei propri sostenitori o dalla panchina, non ci pensavano più di tanto a lanciare palla e, a volte l’avversario, tra nutrie grosse come conigli per perdere tempo. La Candalla era, di fatto, il dodicesimo uomo. Per i nostalgici di questa novella disciplina, nata sulle piazze fiorentine e non oltremanica, come ci vogliono far credere, il Loik fu l’ultimo impianto nell’intera provincia pistoiese, e forse in tutta Italia, a togliere le porte dai legni quadrati e ciò avvenne solo ad inizio degli anni ’80.

I primi allori

Sotto la guida del tecnico ungherese Kinces, la Monsummanese vince nel 1926 il campionato Ulic di Terza categoria. L’anno seguente la squadra viene affidata ad un altro magiaro, Josip Koesegi, ex Pistoiese, nel doppio ruolo di giocatore e allenatore. Ci potrebbe scappare la seconda promozione di fila, invece a salire di categoria è l’Us Borgo a Buggiano al termine di una finale combattuta con tanto di scazzottata. Si arriva alla memorabile stagione 1930-’31 con relativo approdo in Prima Divisione e il trionfo nella coppa Bottai. Vittima illustre il Santa Croce, non ancora Cuoiopelli, battuto (2-0) in finale grazie al gol di mano del bomber Lucchesi (che anticipa di mezzo secolo esatto Maradona, vista la dinamica della realizzazione) e dell’altra punta di diamante Frediani, ex custode dello stadio. In quegli anni ruggenti debutta con i “grandi” la promessa locale Giuliano Tagliasacchi, letale in area di rigore quanto elegante nelle movenze e sontuoso nelle giocate. I fratelli Mario e Corrado sono bravini coi piedi, ma non gli legano neppure le scarpe. Giuliano è un perfetto mix tra Van Basten e Schiaffino per intenderci. In un amen si guadagna il significativo appellativo di Meazza in onore del centravanti azzurro e lascia il borgo natio per piazze più prestigiose quali Como, Pistoiese e Fiorentina, con mezza Monsummano in tribuna a vederlo esordire in serie A e alzare poi una coppa Italia. Lascia il segno anche nella Triestina. Dopo l’armistizio del 1943, veste di nuovo l’arancione a Pistoia per finire la carriera in casacca amaranto. Tanto talento, però, non può andare sprecato e il saggio Giuliano capisce subito di essere altrettanto bravo nell’insegnamento. Da Sesto Fiorentino a Pistoia («La seconda metà del mio cuore», lasciò detto ai posteri) passando per Empoli, Tempio Pausania, Pontedera e Pesaro, che riporta in C, guadagnandosi sul campo il Seminatore d’oro, l’Oscar degli allenatori, nel 1966. I capelli incanutiscono e diventa per tutti maestro di calcio e di vita. Negli ultimi lustri a servizio della Monsummanese, entrerà nella leggenda per l’impresa compiuta in coppa Italia nel 1972. Giù il cappello!

I tempi cambiano

Con la Promozione in C, nel secondo dopoguerra, e un buon settimo posto da matricola della categoria, si prospettano orizzonti di gloria per la società che intanto ha maturato un fiera rivalità con i termali montecatinesi. Invece al culmine del successo, ecco scoppiare improvvisa una crisi profonda. Il bilancio societario è in rosso, i liquidi scarseggiano e sono del tutto insufficienti per affrontare un campionato di serie C. Vengono ceduti i pezzi migliori nel vano tentativo di normalizzare la situazione. Non potendo pagare gli stipendi, la Lega rende i giocatori liberi di accasarsi altrove. È la fine. La squadra perde quasi tutte le partite e si ritira dal campionato in anticipo. Giuridicamente, l’Us Monsummanese muore nella primavera del 1950. Tuttavia la passione per il calcio, ormai consolidata nella parte più sanguina della “Valle delle Nebbie”, fa rinascere dalle rovine qualcosa di importante. Sono i ragazzi del neo costituito Gruppo Sportivo Mazzola a dare il via alla rinascita che avviene nel 1954 sotto il nome di Associazione Calcistica Monsummanese. È l’anno della scoperta di Idilio Cei, strutturato estremo difensore di Castelmartini, frazione di Larciano, che alla fine del campionato andrà alla Lazio. È il momento d’oro di Flori, Morosi, Bini e Mazzei che riportano il club amaranto in Promozione. Gli anni ’60, oltre al boom economico e al proliferare di fabbriche nella zona della Valdinievole, vedono il battesimo del funzionale stadio comunale, opera dell’architetto romano Baruchello che viene inaugurata il 9 novembre del 1964 con l’amichevole, guarda caso, contro Montecatini, sospesa per il forte vento di tramontana. Il mitico Loik servirà per forgiare il settore giovanile. A risolvere il rebus a chi intitolare l’imponente struttura ci pensa il triste fato, con la morte di Roberto Strulli, di Monsummano, portiere dell’Ascoli, a causa di un incidente di gioco a San Benedetto del Tronto il giorno di San Valentino del 1965.

L'era del "Faraone"

Archiviati gli anni ’60, quasi tutti passati in Prima Categoria regionale, la decade successiva è marchiata dall’impronta indelebile di Marcello Melani. Personaggio vulcanico e determinato, era di origini umili. Nato a Pistoia ed emigrato al Nord, a cercar fortuna (che fece), si guadagnò, a giusta e fondata ragione, il gratificante appellativo di “Faraone” per le sue enormi disponibilità economiche, per il numero delle proprietà e per la conseguente propensione a realizzare ciò che voleva con grande spiegamento di mezzi e risorse. Non a caso creò quasi da nulla, nel 1971, l’Unione Valdinievole, un progetto ambizioso finalizzato a inglobare in un’unica società le forze di ben quattordici realtà del comprensorio, dalla Serie D alla Seconda Categoria, con Monsummano punta indiscussa dell’iceberg. L’esperimento fallì dopo pochi anni, non certo per colpa sua ma per l’insanabile campanilismo. Lui si prese, in ogni caso, le soddisfazioni di battere in casa e fuori la Pistoiese, da lui stesso poi rilevata e portata dalla Serie D alla Serie A, e di mettere nella bacheca amaranto la famosa coppa. Nel 1974 si ritorna così all’antica dicitura Unione sportiva Monsummanese e il popolo amaranto si gode qualche altra bella stagione in Quarta Serie. Il portiere e capitano Sciarra, Scaramuccia, il bomber milanese Incerti,Balducci, Garofalo, Piovanelli sono i simboli di un gruppo coeso. A maggio del 1978, però, la Monsummanese retrocede in Promozione, torneo che contraddistingue l’ultima parte della centenaria militanza. Tra i giocatori che hanno calcato il manto dello stadio Strulli in questa fase, ci sono menzioni speciali per gli indigeni Alessandro Bettaccini, Beppe Stefanini, l’istrionico “Re Leone” Patrizio Pazzini (soprannome coniato dal collega Martino Fedele), fratello di Giampaolo, e per i capitani Alessandro “Paletta” Romani e Cardelli, entrambi di progenie montecatinese. Al presidentissimo Antonio Mangiantini, massimo esponente da tempo immemore dell’Intercomunale Monsummano (così si chiama adesso), forte degli esempi di illustri predecessori quali ad esempio Pietro Brancolini e Renato Galligani, il compito di salvaguardare il vessillo impolverato di un club che cerca di risalire la china. L’anno del centenario, chissà, potrebbe dare una spinta in più al sogno amaranto. Del resto, non è un caso che l’amaranto derivi dal greco e significhi che non appassisce.