PONTE BUGGIANESE. Da quando avevano osato “fare la spia” all’Ispettorato del lavoro per far valere i propri diritti, per loro non era stata più vita. In cantiere erano stati sottoposti ad una continua e crescente persecuzione: offese, minacce, urla, discriminazioni rispetto agli altri dipendenti. Tant’è che i due operai si erano dovuto mettere in malattia per l’ormai troppo forte stato di ansia e depressione.
Questo, per lo meno, stando al contenuto della querela che avevano presentato nel febbraio 2018, dopo che uno di loro era stato licenziato. Nonché stando all’esito delle indagini subito disposte dalla procura di Pistoia. Fatto stato che, con l’accusa di atti persecutori, i tre fratelli albanesi titolari dell’azienda edile per cui i due lavoravano sono stati rinviati a giudizio dal gup del tribunale. Agim Taraj, 54 anni, Selfo Taraj, 56, e Fatmir Taraj, 58, residenti a Monsummano, dovranno comparire davanti al giudice monocratico il prossimo 9 marzo.
A far scattare le indagini, coordinate dal pm Claudio Curreli, era stato, come accennato, l’esposto presentato dai due operai (anch’essi albanesi), che fino al gennaio 2018 avevano lavorato per l’azienda edile, la Tecnocoperture srl (che all’epoca dei fatti aveva sede operativa a Ponte Buggianese e sede legale a Cascina), specializzata nell’attività di risanamento e bonifica ambientale e trasporto di rifiuti pericolosi: uno dei due operai (entrambi saranno parti civili nel processo) era infatti addetto prevalentemente alla rimozione delle coperture in amianto degli edifici.
Per una questione di straordinari non pagati, nel 2016 i due (assieme a un terzo collega che poi avrebbe subito il loro stesso trattamento, finendo anche per essere licenziato) avevano chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro, e da quel giorno, per loro, era iniziata l’odissea. Nell’esposto presentato in procura, uno dei due (35 anni, mentre l’altro ne ha 58) ha messo nero su bianco ciò che, a suo dire, ha dovuto subire da parte dei tre soci dell’azienda: astio, continui rimproveri, offese ed epiteti ingiuriosi chiunque fosse presente, sia colleghi che estranei: “uomo di merda”, “spione”, “incapace”.
Nel gennaio 2017 aveva trovato dello zucchero nel serbatoio della sua auto e aveva dovuto rottamarla per comprarne una nuova: solo sospetti sugli autori dell’atto vandalico.
Poi era iniziata anche la discriminazione: mentre gli altri operai venivano accompagnati in cantiere con i mezzi della ditta, lui e i due compagni “spioni” dovevano raggiungere il luogo di lavoro con le loro auto. E lì venivano lasciati durante la pausa per la colazione mentre gli altri venivano portati al bar per il caffè. Nell’esposto si parla poi di urla continue e anche di minacce : “Questi mi chiedono soldi, non lo sanno che se vado in Albania con 10.000 euro trovo qualcuno che li fa fuori”. Tant’è che per il 35enne ad un certo punto era diventato un incubo il solo pensiero di dover andare al lavoro: patologia ansiosa depressiva l’aveva definita l’Inail quando il suo psicologo lo aveva convinto a mettersi in malattia. —
massimo donati
