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Apuania tennis tavolo, il club più forte in Italia: regole, valori, obiettivi e lo sguardo ai giovani

A sinistra Leonardo Mutti durante un incontro

La disciplina, popolarmente detta ping pong, regala soddisfazioni. Il vicepresidente Lavaggi commenta risultati, propositi e potenzialità 

CARRARA. Si dice ping pong, si legge tennis tavolo, si traduce in successo. Sempre che si parli dell’Apuania Carrara.

Società nata nel 1968 da quattro pionieri, i fondatori Giorgio Petriccioli, Carlo Marchi, Maurizio Galassi e Carlito Volpi, con il primo presidente che fu il gesuita Padre Aldo Cappello.


Di anni da allora ne son passati 53, tanti come quelli che ha 2001: Odissea nello spazio. E c’è una cosa che accomuna l’Apuania Tennis Tavolo al capolavoro di Stanley Kubrick : il successo raccolto nel tempo e le tante stelle di cui si circondano.

Quelle del ping pong – volgarmente detto il tennis da tavolo – carrarese sono, tanto per iniziare, quattro. Sono i nomi dei giocatori che compongono la squadra di serie A: Mihai Bobocica, Leonardo Mutti, Aleksander Shibaev, Alexey Liventsov. Questi quattro giovanotti nell’ultima stagione hanno vinto il campionato (il quinto negli ultimi otto anni) e la Coppa Italia.

Scendendo di categoria, i risultati restano comunque buoni: la squadra maschile di serie B2 ha chiuso la stagione al terzo posto. Stessa piazza per la C2 . La serie B femminile ha conquistato la seconda posizione del girone e la partecipazione ai playoff

Da segnalare, fra l’altro, che a causa del covid, alcuni campionati non si sono potuti disputare.

Tornando alla squadra della serie maggiore, sempre per colpa della pandemia, si sono tenute soltanto le gare d’andata. «Il numero delle squadre partecipanti è variabile in virtù dei costi alti in uno sport considerato minore in relazione al pubblico e all’interesse degli sponsor – afferma Marco Lavaggi, vicepresidente dell’Apuania – Un campionato di A1 richiede uno sforzo economico impegnativo. Gli stessi giocatori, di un certo livello, vanno chiaramente pagati. E poi ci sono gli stranieri, come nel calcio, per capirsi. Noi non possiamo che essere soddisfatti della stagione conclusa. La principale antagonista è stata la squadra di Messina, alla quale vanno i nostri complimenti». Complimenti a parte, ai siciliani resta l’amaro in bocca per la doppia sconfitta subita sia in campionato e in coppa.

Entrando più nel merito di uno sport che – ha ragione Lavaggi a dirlo – viene considerato minore, per chi se lo stesse domandando, una squadra è formata da tre giocatori. L’Apuania ne ha quattro per non avere problemi di organico.

Ogni incontro si gioca al meglio delle sei partite, e ogni gara può finire quindi anche in parità.

«Per il prossimo anno l’obiettivo è di mantenere alto il livello – spiega Lavaggi – L’idea è di crescere ancora e affacciarci fuori dall’Italia».

L’Apuania, oltre a essere una società storica, conta 12 soci, più tutti i giocatori. Il presidente è Guglielmo Bellotti, il vice Marco Lavaggi, Claudio Volpi è direttore sportivo, Alessandro Merciadri il tecnico, e Giancarlo Betti il medico sociale. Chiude, per i ruoli più strettamente operativi, Massimo Petriccioli come responsabile della palestra. E proprio la palestra è un punto debole. «Ad oggi ci alleniamo nella palestra di una scuola a Marina di Carrara, ma vorremmo una sede dedicata solo al tennis tavolo – dice Lavaggi – L’anno scorso abbiamo avviato anche un progetto per ragazzi disabili. Stiamo facendo giocare tante persone».

Fra di loro anche molti giovani. «Abbiamo un settore giovanile e bambini dagli 8 anni in su – parla Lavaggi – Possono essere anche più piccoli, basta che arrivino al tavolo. Stiamo cercando anche di entrare nelle scuole, con esibizioni per far conoscere meglio la disciplina. Una disciplina che impegna molto sia a livello fisico che mentale. Richiede concentrazione e un’adeguata preparazione atletica. Parliamo, poi di uno sport molto tecnico, che deve essere fatto per passione che i soldi in giro non sono quelli del calcio. I valori che insegna il tennis tavolo sono il rispetto per l’avversario e il saper accettare anche la sconfitta. E la correttezza, sempre». —

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