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Rosa Sciarrone, la carabiniera di Massa e i gioielli spariti: le testimonianze dei colleghi. «Era brava, però...»

L'allora tenente dei carabinieri è accusata di peculato a seguito della sparizione di circa 5mila euro e di alcuni gioielli sotto sequestro

MASSA. La Procura di Massa Carrara sta cercando di dimostrare che l’accesso alla cassaforte, al registro degli oggetti dei corpi di reato, alle chiavi e all’ufficio dell’allora tenente dei carabinieri Rosa Sciarrone, fosse suo unico appannaggio.

La difesa della ex comandante del Norm di Massa ha già in parte dimostrato, durante i suoi contro interrogatori, che a quel registro potevano accedere tutti. Tutti potevano scriverci, e tutti, chi più chi meno, avrebbero potuto avere accesso al denaro e a quei gioielli che sparirono nel 2013. Nella mattina mercoledì 11 maggio al Tribunale di Massa, davanti al collegio presieduto dal giudice Ermanno De Mattia, si è svolta un’altra udienza del processo all’ex comandante Sciarrone, accusata di peculato a seguito della sparizione di circa 5mila euro e di alcuni gioielli sotto sequestro, di cui lei aveva la custodia.

Il Pm Marco Mansi ha chiamato a testimoniare il tenente colonnello Stefano Nencioni, attualmente in servizio alla Legione Toscana, all’epoca dei fatti diretto superiore della Sciarrone. «Arrivò a Massa nel 2011», spiega Nencioni: «Era giovane, con molta voglia di fare e di emergere; divenne comandante del Norm e dunque responsabile della custodia dei corpi di reato e del registro OP/02 su cui venivano annotati gli oggetti sotto sequestro, le caratteristiche e la posizione. C’era molta confusione in quel registro e le fu detto di metterci testa e mani. Personalmente le dissi più volte di darvi priorità, ma non fui ascoltato». Nencioni continua: «Era molto brava quando si trattava di mettere le manette ai delinquenti. Ma era poco dedita all’attività amministrativa del suo reparto. Quando io e il comandante provinciale controllavamo il registro, ci accorgevamo spesso che le cose non sempre erano in ordine, anche se non sono mai mancati oggetti o preziosi. Più volte l’ho richiamata verbalmente, poi le scrissi una lettera riservata e personale». Secondo Nencioni «riguardo il registro dei corpi di reato la responsabile era lei e quando si assentava, anche solo per un giorno, occorreva un passaggio di consegne al suo vice. La chiave della cassaforte era sempre in una busta sigillata con ceralacca e qualsiasi spostamento prevedeva la firma di chi se ne occupava. O la Sciarrone, o il suo vice Orsini».

E sui gioielli del sequestro Pucci scomparsi, Nencioni dice: «Ricordo di aver visto tutto quell’oro sui tavoli del Norm e di aver rimproverato Orsini perché non volevo che stessero così in bella vista e non volevo che andassero in giro per le caserme. Avevo chiesto espressamente che venissero fatte delle foto e inviate ai vari comandi operativi, ma non che i gioielli viaggiassero troppo».

L’avvocato della difesa Stefano Gomiero, a margine dell’udienza ha dichiarato: «Abbiamo dimostrato che quando si verificarono gli ammanchi la Sciarrone non era mai presente: o in licenza, o in malattia o in permesso. Quasi tutti i testimoni sentiti fino a oggi hanno confermato che la porta del suo ufficio era sempre aperta, perché si fidava dei suoi uomini. I suoi superiori, a parte i richiami verbali, non hanno mai intrapreso azioni disciplinari nei suoi confronti. Dei controlli del comandante provinciale sul registro OP/02 non abbiamo prova né traccia e sui gioielli del sequestro Pucci, stiamo dimostrando che erano a disposizione di molti». Prossima udienza il 13 luglio.



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