Contenuto riservato agli abbonati

Sesso e minacce nella casa di riposo: operatrice licenziata, ma ingiustamente

Un’operatrice di una casa di riposo e il giudice Augusto Lama

Massa: il giudice del lavoro ha accolto il ricorso della donna, condannando la società a risarcirla per la sua espulsione dalla Rsa

MASSA. Prima è stata sospesa perché, secondo i suoi titolari, avrebbe fatto sesso nell’infermeria e nella palestra della casa di riposo durante l’orario di lavoro. Solo quattro giorni di sospensione, però, perché i fatti risalirebbero ad almeno un anno prima. Un mese dopo, è stata licenziata in tronco, perché, sempre secondo la società, avrebbe minacciato le colleghe per spingerle a smentire i fatti che le venivano contestati. Una storia accaduta in una struttura sanitaria di Massa e arrivata in tribunale.

L’operatrice socio sanitaria ha infatti impugnato il provvedimento, anche se nel frattempo si è dovuta cercare un altro lavoro, dopo 20 anni di servizio in quella casa di riposo. E adesso, a tre anni dal licenziamento, si scopre che era illegittimo. Secondo il giudice del lavoro Augusto Lama, non c’è uno straccio di prova di quanto le è stato contestato. Solo chiacchiere. E con le chiacchiere non si licenzia. Così il tribunale ha condannato la società a risarcire la donna: 12 mensilità più spese legali. Il reintegro, visti i rapporti incrinati, non sarebbe stato il massimo per lei.


I fatti risalgono al 2018. È il 18 giugno, quando la lavoratrice riceve una lettera con una contestazione disciplinare. L’azienda le contesta di aver fatto entrare uomini dentro la struttura, di notte, e di aver avuto rapporti sessuali con «almeno uno di loro». Due, in particolare, gli episodi. Nel primo, avrebbe fatto entrare due uomini e avrebbe fatto sesso con uno dei due, nell’infermeria. La seconda volta sarebbe entrato un solo uomo e con lui sarebbe andata, sempre di notte, nella palestra. L’azienda, in un primo momento, le contesta di aver fatto tutto ciò «due settimane prima». Poi rettifica: non è successo ora, ma oltre un anno. Motivo per cui – questo il ragionamento dell’azienda – non può essere licenziata. La donna viene quindi solo sospesa. Quattro giorni.

Dopo questo fatto, sempre secondo la ricostruzione della società, lei avrebbe iniziato a minacciare due colleghe con l’obiettivo di mandarle a parlare con un’ospite della struttura e convincerla a negare i fatti che le venivano contestati.

Avrebbe rivolto frasi alle colleghe del tipo: «chiunque pensa di affondarmi ne pagherà le conseguenze» o «se affondo io affondate tutti», «per questa cattiveria che mi è stata fatta la pagheranno tutti e le colleghe che hanno parlato le denuncerò».

Il giudice Lama però evidenzia «l’estrema genericità della contestazione». Non ci sarebbero nemmeno prove di quanto viene contestato alla donna.

A partire dalla prima contestazione, quella di aver fatto entrare nella struttura persone di notte e di aver avuto rapporti sessuali durante il servizio. «Si tratta di circostanze gravissime – si legge nell’ordinanza del tribunale del lavoro -, che, se rispondenti a verità, non potevano che comportare l’immediato licenziamento della ricorrente per giusta causa».

Secondo il giudice, la direzione della società «non aveva alcuna prova concreta della commissione dei comportamenti che gli vengono attribuiti, se non voci di corridoio raccolte tra le lavoratici colleghe della donna, come tali non costituenti prove spendibili nel procedimento disciplinare». Anche per quanto riguarda le presunte minacce, non ci sarebbero prove. Lo stesso giudice ha avviato un’ampia istruttoria testimoniale per verificare le presunte pressioni esercitate sulle colleghe, ma non le ha trovate. Le donne hanno smentito tutto. Solo una dipendente ha confermato di aver visto una notte l’operatrice socio sanitaria aprire le porte della casa di riposo a un uomo. Tutto il resto è e rimane una voce di corridoio, ma la donna ha comunque perso il lavoro di una vita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA