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L’amianto lo ha ucciso: Nuovo Pignone ora deve risarcire

Lo stabilimento del Nuovo Pignone

Massa, l'azienza condannata a pagare 1,2 milioni di euro ai familiari dell’operaio. Il testo della sentenza

Aveva scoperto la malattia a 69 anni, poco dopo la pensione. Era il 2017. La diagnosi fu tremenda: denocarcinoma polmonare, cioè un tumore maligno al polmone praticamente impossibile da curare. E infatti morì due anni dopo. Ed è vero che fumava, è vero anche che non era più un ragazzino, ma non si sarebbe ammalato e probabilmente sarebbe ancora vivo, se per anni, dal 1977 al 2015, quando lavorava come operaio siderurgico al Nuovo Pignone, non avesse respirato fibre di amianto. Lo ha detto il giudice del lavoro Augusto Lama accertando il carattere professionale della malattia e riconoscendo ai familiari un maxi risarcimento danni di oltre un milione e 200 mila euro.

Già altri ex operai dello stabilimento siderurgico di Massa hanno tentato in passato la strada del ricorso, perdendolo poi in Cassazione. Nel 2019 ebbe un’eco nazionale la storia dei 21 lavoratori che si ritrovarono a dover pagare, per la causa persa, 90mila euro di spese legali alla multinazionale.


La battaglia iniziata da quest’ultimo operaio, e portata avanti poi dalla moglie e della figlia, potrebbe avere invece un epilogo diverso. Il giudice del lavoro (siamo quindi al primo grado) ha infatti ritenuto che l’ambiente lavorativo sia stata una «concausa» della malattia. Ha basato la sua sentenza su due perizie, una ambientale, sul luogo di lavoro, e l’altra medica, che avrebbero confermato che «nonostante una limitata, nel tempo, esposizione diretta al rischio di inalazione di fibre di amianto», l’operaio «ha comunque contratto una patologia oncologica professionale, da ritenere pertanto causalmente amianto correlata».

Stabilito questo, il tribunale doveva poi decidere che tipo di danno riconoscere e l’ammontare del risarcimento. Secondo Lama la malattia professionale ha provato non solo un danno biologico, cioè quello alla salute dell’uomo, ma anche esistenziale, relativo alla qualità della vita, sia del malato sia dei suoi familiari. Lui si era infatti dovuto sottoporre a sei cicli di chemioterapia e a un trattamento di immunoterapia fino al suo decesso. Senza dimenticare la sofferenza quotidiana nel vedere la propria vita volare via. Il giudice Lama parla di un «danno morale soggettivo, identificabile nel patema d’animo o sofferenza interiore subiti dalla vittima del fatto illecito, ovvero comunque nella lesione arrecata alla sua dignità e integrità morali, quali massime espressioni della dignità umana, riassumibile nel danno ai diritti inviolabili costituzionalmente protetti».

È «del tutto evidente – si legge ancora nella sentenza – e naturale che l’insorgenza delle suddetta patologia, con la necessità delle successive terapie, abbia prodotto nel lavoratore originario ricorrente il senso della prossima, probabilmente inevitabile, catastrofe della propria esistenza».

Ma anche i familiari ne hanno subito le conseguenze. La moglie viveva con l’angoscia di rimanere senza l’amore della sua vita. La figlia non riusciva ad accettare la malattia del padre e la possibilità di perderlo. In quel periodo era anche incinta.

Quindi, partendo dalle tabelle standard e considerando tutte le variabili – l’età, le altre patologie, il fatto che fosse fumatore – il tribunale del lavoro ha accolto il ricorso riconoscendo ai familiari un risarcimento danni di 1.291.450 euro.

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