La radio per raccontare le storie di chi non ha voce

Amadou e altri cinque rifugiati  in onda con il “Redattore Errante”

CARRARA. Libertà è partecipazione. Lo cantava Giorgio Gaber nel suo “La Libertà”. Era il 1973. Amadou non era ancora nato e l’idea che un conduttore radiofonico gambiano intervistasse un medico apuano sulle vaccinazioni anti Covid era, oggettivamente, difficile da immaginare.

Ma se c’è un senso profondo in quelle parole, scelte dal Signor G, per spiegare cos’era e cos’è la libertà, è forse quello che troviamo nella storia di Amadou che a 36 anni, dopo una decina dal suo arrivo in Italia, incontra il Circolo culturale Radioattiva Arci grazie a Federica, maestra di Aulla, e all’organizzazione umanitaria Intersos e Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati).


Incroci. Di quelli che formano una rete. Non per ingabbiare ma per mettere le ali anche ai sogni che si ha paura di sognare e che ti fanno scoprire un talento che neppure credevi di avere. Nel caso di Amadou quello del giornalista.

«Molti immigrati come me hanno tante cose da raccontare ma non trovano nessuno con cui farlo e la radio l’ho vista come strumento per raccontare quello che hanno dentro» spiega seduto negli uffici del Circolo culturale Radioattiva Arci – editore di Contatto Radio – accanto a Matteo Bartolini, redattore e direttore dei programmi, e in questo caso, anche formatore insieme ai colleghi Federico Bogazzi (direttore) e Giuliano Faggioni (redattore).

Contatto Radio è tra le sette realtà a livello nazionale destinataria dei finanziamenti di “PartecipAzione”, programma per lo sviluppo di azioni per la protezione e la partecipazione dei rifugiati alla vita economica, sociale e culturale in Italia realizzato da Intersos in partenariato con Unhcr.

«Come circolo abbiamo presentato il nostro progetto nel marzo di quest’anno e siamo stati tra gli otto progetti selezionati, sette dei quali sono stati finanziati – spiega Bartolini – Siamo stati scelti, e questo è un fatto insolito, pur non avendo già al nostro interno rifugiati impegnandoci a proseguire con loro, per chi vorrà farlo, il nostro percorso, cioè dando loro la possibilità di diventare soci cosa che probabilmente accadrà con Amadou». Oltre a lui hanno partecipato Alexandra, Asim, Bosco, Lamin e Mamadou.

Il progetto era stato ribattezzato “Il Redattore Errante” «nel doppio significato – spiega ancora Bartolini – di errare cioè muoversi ma anche di possibilità di sbagliare. Poi i rifugiati che hanno aderito e realizzato con noi le loro trasmissioni radiofoniche hanno aggiungo un altro titolo, più duro, “La voce dei vivi”». Cioè la voce di quelli che sono sopravvissuti, che ce l’hanno fatta ad arrivare al di qua del Mediterraneo. E insieme di quelli, come spiega Amadou, che ci sono e vogliono farsi sentire.

Il Circolo ha prima aperto alle selezioni tramite una “call” rivolta a titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari, casi speciali, protezione sussidiaria o asilo politico, «interessati a partecipare volontariamente a un progetto di laboratorio radiofonico e formazione» si leggeva nella presentazione del progetto. Scopo: insegnare a fare la radio ma anche a lavorare per far crescere progetti come questo.

«Eravamo in pieno Covid – racconta Bartolini – Il rischio era quello di non vederci mai. Poi le cose sono andate migliorando e siamo riusciti a vederci anche in presenza tenendo conto delle esigenze e dei tempi di vita di tutti». Così a fine settembre c’è stata al prima messa in onda. La numero uno di quattro puntate realizzate dai rifugiati dopo una prima serie (sempre di quattro puntate) nella quale erano stati i redattori di Contatto Radio a parlare delle tematiche dei rifugiati. I temi scelti dai rifugiati sono stati tutti impegnativi: lavoro, caporalato, diritto alla salute, vaccini ed emergenza Covid solo per citarne alcuni. «È stato l’inizio di un percorso per dire che si possono fare cose insieme, nel tempo libero, per il proprio piacere senza per forza avere un obiettivo di lavoro o reddito. Cosa difficile per chi è immigrato nel nostro Paese. Abbiamo provato a mettere al lavoro un gruppo alla pari: non nelle capacità, poiché c’era ovviamente chi come noi aveva più esperienza, ma nel confronto».

«Il progetto mi ha incuriosito, ho fatto il colloquio con Matteo e ho deciso di proseguire. Mi hanno dato tutta l’attrezzatura necessaria, abbiamo fatto la formazione e le interviste e poi siamo andati in onda: è stata una grande emozione per me».

La radio non era l’ambizione di Amadou: «L’ho scoperta andando avanti e mi è piaciuta perché ci sono molti immigrati che hanno tante cose da raccontare ma non trovano nessuno con cui farlo e la radio l'ho vista come strumento per raccontare quello che hanno dentro». Se Amadou aveva, per così dire, un “sogno non sognato” semmai era quello di fare il giornalista. E infondo è su questa strada che ha cominciato a camminare entrando a Contatto Radio. «Volevo andare dai miei amici che hanno storie e problemi da raccontare per farle conoscere, far sentire le loro voci». Per lui – che è scappato dieci anni fa dalla guerra in Libia, dove era andato a lavorare, senza avere l’Italia e Carrara come destinazione – Contatto Radio e il programma PartecipAzione sono stati la possibilità che non aveva avuto fino a quel momento.

«Con Amadou stiamo lavorando a progetti futuri – conclude Bartolini – Stiamo cercando di capire come usare la radio per dare informazioni, fare delle trasmissioni insieme, finalizzate ad esempio all’educazione alla salute e all’accesso servizi sanitari. In particolare sui vaccini abbiamo toccato con mano le difficoltà che possono avere i cittadini stranieri ad accedere alle informazioni. Ma quello della vaccinazione anti Covid è stato il fatto eclatante: il tema più generale è quello dell’accesso ai servizi. Quello che sappiamo è che la nostra realtà con l’ingresso di Amadou e degli altri vuole arricchire i propri contenuti, crescere, non solo per parlare di rifugiati. Siamo molto contenti di questo incontro che a tutta la radio sta dando stimoli e sensazioni importanti».

«Riascoltarmi a casa... mi ha emozionato – conclude Amadou – Se credevo di farcela? Non pensavo di arrivare qui, no. Non lo credevo possibile. Camini cammini, incontri tanti estranei... non credevo di avere questa possibilità. Ma ora dico che invece bisogna crederci fino in fondo e andare sempre avanti. Bisogna avere coraggio e pazienza. Non scoraggiarsi e sempre andare avanti».

«Vorrei essere libero come un uomo – cantava Gaber – convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà». Amadou ha studiato per fare la radio rinunciando al poco tempo libero che il lavoro gli concede. Anche per parlarci del suo percorso ha rinunciato alla domenica di festa. Perché la libertà «non è uno spazio libero, è partecipazione». E lui ha deciso di essere parte di qualcosa, lontana migliaia di chilometri da dove è nato, ma oggi un po’ più casa sua.© RIPRODUZIONE RISERVATA