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Licenziato dal locale di Montignoso perché poco disponibile alla flessibilità oraria: il giudice lo reintegra al lavoro

L’insegna della Bottega di Adò

Montignoso. Era stato licenziato dalla Bottega di Adò perché, secondo l’azienda, sul lavoro era superficiale, insubordinato e non disponibile a una certa flessibilità negli orari. Ma il giudice lo ha reintegrato. L’azienda: «Vizio di forma nella sospensione, ma faremo appello e dimostreremo le nostre ragioni»

MONTIGNOSO. Era stato licenziato perché, secondo l’azienda, sul lavoro, era superficiale, insubordinato e non disponibile a una certa flessibilità negli orari. Ma il giudice lo ha reintegrato, sostenendo che le contestazioni disciplinari della società fossero «generiche e indeterminate». Per questo Andrea Mentasti, sezionatore e insaccatore di carni, se lo vorrà, potrà tornare al lavoro.

L’azienda è La Bottega di Adò, il salumificio di Montignoso conosciuto in tutta la Toscana, e non solo, in particolare per i suoi insaccati. Non c’è frigorifero apuano che non abbia ospitato le famose salsicce di Adò e il suo salamino Adorino. Un’azienda conosciuta per la sua attenzione ai dettagli, per la cura del prodotto ma anche dei rapporti umani.


Quando, il 16 ottobre del 2019, invia una raccomandata al dipendente per contestargli una «condotta lavorativa – si legge nella ricostruzione del tribunale di Massa – contraddistinta da negligenza, disinteresse generale verso l’azienda e i colleghi di lavoro, superficialità e insubordinazione costante nell’espletamento delle proprie mansioni lavorative e mancanza di disponibilità nella flessibilità dell’orario di lavoro», non lo fa certo a cuor leggero. Da quella raccomandata, segue il licenziamento.

Il dipendente fa ricorso il 17 aprile del 2020. La decisione del giudice Augusto Lama arriverà solo un anno e mezzo dopo, lo scorso 14 ottobre. Il giudice dà ragione al lavoratore, sostenendo che l’azienda non ha motivato il licenziamento. In altre parole, le accuse «non erano accompagnate da una puntuale e precisa elencazione e descrizione». Al lavoratore, si legge nell’ordinanza, «è mancata la possibilità, oltre che di conoscere con esattezza i termini storici e contrattuale delle contestazioni rivoltegli, anche, e soprattutto, di articolare una compiuta e completa difesa dai rilievi stessi».

La motivazione del licenziamento di un lavoratore, dice il tribunale, «deve essere sufficientemente specifica e completa, ossia tale da consentirgli di individuare con chiarezza precisione la causa del suo licenziamento e da potere esercitare un’adeguata difesa». Per questo il giudice ha deciso che l’azienda deve reintegrare il lavoro e pagargli gli arretrati.

Ma la Bottega di Adò ha già annunciato che impugnerà la decisione del giudice. «Il giudice Lama ha sì reintegrato il signor Mentasti, con le conseguenze economiche che ne derivano, ma ciò per un vizio di forma del licenziamento – commenta il titolare, Riccardo Lorenzetti -. Più precisamente, dall’ordinanza emerge chiaramente che il giudice ha ritenuto che il licenziamento, seppure non pienamente giustificato alla luce dell’istruttoria espletata nel giudizio svoltosi con il rito Fornero e quindi alla luce di una istruttoria necessariamente sommaria, non risulta discriminatorio, ma ha ritenuto che il licenziamento sarebbe nullo per la forma generica delle lettere di contestazione e licenziamento. In sintesi, ha dichiarato nullo il licenziamento per un vizio di forma e non già illegittimo per la prova della sua natura discriminatoria».

La società fa sapere che «pur non condividendo comunque la valutazione del giudice in punto di genericità della forma del licenziamento, ha già dato mandato al proprio difensore per valutarne l’impugnazione, che si celebrerà sempre innanzi al giudice del lavoro di Massa ma con un giudizio ordinario, che consentirà quell’ampia istruttoria da cui emergerà la giustificazione del licenziamento».

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