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Suore condannate a pagare l’Ici: «Le loro rette non sono basse»

La Congregazione delle Figlie di Gesù ha impugnato fino in Cassazione la richiesta di pagamento dell’imposta per la scuola materna di Marina, ma ha perso

MASSA. Per essere esenti dal pagamento dell’imposta comunale sugli immobili «l’attività didattica deve essere svolta a titolo gratuito» o «dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e tali da coprire solamente una frazione». E invece la retta della scuola materna in via Bassagrande di Marina è più che simbolica dal momento che è «sufficiente a coprire oltre la metà dei costi complessivi». Per questo la Cassazione ha respinto il ricorso della Congregazione delle Figlie di Gesù, proprietaria dell’immobile, contro l’avviso di accertamento con cui il Comune ha chiesto di pagare l’Ici degli anni 2009 e 2010.

L’avviso di accertamento del municipio, in realtà, era relativo a quattro immobili di proprietà delle suore. Oltre a quello di via Bassagrande, c’erano immobili in via Cavour, via Risorgimento e via Colombo. Per i primi due è stato lo stesso Comune ad annullare in autotutela la richiesta di pagamento prima che il caso arrivasse in commissione tributaria provinciale, la quale ha dato ragione alle suore.


Il municipio ha fatto però appello. La commissione regionale lo ha accolto parzialmente, depennando dalla lista un terzo immobile, quello di via Colombo, sostenendo che erano state fornite le prove dell’utilizzazione dell’immobile per quei fini per cui non è previsto il pagamento dell’imposta (non commerciali) . Era rimasta quindi la scuola via Bassagrande. Le suore hanno impugnato la sentenza della commissione tributaria regionale in Cassazione sostenendo che, dal momento che le rette della scuola non sono sufficienti a coprire le spese, la loro non può considerarsi un’attività di tipo commerciale. Ma la Cassazione ha respinto il ricorso sostenendo che «l’impugnata sentenza è in linea con la normativa e i principi giurisprudenziali in quanto ha accertato che nell’immobile di Via Bassagrande si svolgeva attività didattica con pagamento di rette scolastiche da parte degli utenti in misura congrua e comunque non per importi simbolici ma sufficienti a coprire oltre la metà dei costi complessivi».

Inoltre, si legge ancora nella sentenza, «la circostanza che la gestione operi in perdita è stata ritenuta irrilevante da questa Corte in quanto la nozione di imprenditore va intesa in senso oggettivo, dovendosi riconoscere il carattere imprenditoriale all’attività economica organizzata che sia ricollegabile ad un dato obiettivo inerente all’attitudine a conseguire la remunerazione dei fattori produttivi, rimanendo giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, che riguarda il movente soggettivo che induce l’imprenditore ad esercitare la sua attività e dovendo essere, invece, escluso il suddetto carattere imprenditoriale dell’attività nel caso in cui essa sia svolta in modo del tutto gratuito, dato che non può essere considerata imprenditoriale l’erogazione gratuita dei beni o servizi prodotti». Inoltre «ai fini dell’industrialità dell’attività svolta per integrare il fine di lucro è sufficiente l’idoneità, almeno tendenziale, dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio; né ad escludere tale finalità è sufficiente la qualità di congregazione religiosa dell’ente».

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