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Omicidio Casonato, la Cassazione: «Ha investito il fratello più volte»

Un momento dei rilievi dei carabinieri

Massa, sono uscite le motivazioni della sentenza di condanna a 16 anni dell’ex docente universitario

MASSA. Non può essere stato un incidente perché «i numerosi ed estesi traumatismi emersi dall’esame del cadavere documentati dalla consulenza medico-legale sono compatibili con numerosi passaggi dell’auto sul corpo». Cioè: Marco Casonato è passato più volte, con l’auto, sopra il corpo del fratello Piero. E non è nemmeno importante «sapere quante volte lo ha fatto», perché il risultato è che lo ha ucciso. È quanto scritto nelle motivazioni della sentenza con cui la Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni all’ex docente universitario di Massa, per l’omicidio del fratello.

I fatti sono avvenuti il 1° novembre del 2017 nel parco di Villa Massoni. Tra i fratelli non scorreva buon sangue da anni, ma è stata propria la dimora ereditata dai due il motivo del litigio quel giorno. Piero stava infatti realizzando lavori di ristrutturazione senza il consenso di Marco.


Quella villa, costruita nel Seicento dalla famiglia Cybo Malaspina, era sotto sequestro già da due anni, in uno stato di profondo degrado, e da tempo gli avvocati si stavano occupando della suddivisione tra i due fratelli e dei problemi sulla ristrutturazione e la messa in sicurezza della villa, disabitata e abbandonata da tempo, ricca di opere d’arte, affreschi e statue antiche, spesso oggetto anche di furti e danneggiamenti.

Quel pomeriggio, il litigio scoppiò davanti a quattro operai, diventati poi i testimoni chiave dell’omicidio. Cercarono anche di fermare Marco, ma non ci riuscirono.

Davanti ai carabinieri, lui si avvalse della facoltà di rispondere ma in tribunale disse che si era trattato di un incidente, che non voleva ucciderlo, che si voleva solo difendere dagli operai che lo stavano aggredendo. Salvo poi confermare che gli operai lo avrebbero aggredito solo dopo l’investimento, quindi per cercare di salvare l’uomo a terra.

Secondo la Cassazione non può essersi trattato di un incidente e non c’è attenuante che tenga. La pena deve essere confermata. «Tra imputato e persona offesa – si legge nelle motivazioni della Corte suprema, appena pubblicate – vi era una storia di liti ultradecennali che aveva ormai esacerbato gli animi, ma che il movente del reato deve essere individuato nella situazione verificatasi nei minuti immediatamente precedenti al fatto, non essendo l’imputato riuscito a contenere l’impulso aggressivo in lui insorto di fronte al comportamento tenuto dal fratello e dai presenti i quali non solo non si allontanavano dal parco della Villa Massoni, ma aggravavano tale loro condotta perché lo stavano anche deridendo e dileggiando, originando senza dubbio uno stimolo, che ha indotto l’imputato ad agire, enormemente sproporzionato rispetto al tipo di azione delittuosa».

I giudici chiariscono che non può esserci l’attenuante della provocazione perché circostanza attenuante della provocazione, pur non richiedendo i requisiti di adeguatezza e proporzionalità, non sussiste ogni qualvolta la sproporzione fra il fatto ingiusto altrui ed il reato commesso sia talmente grave e macroscopica da escludere o lo stato d’ira ovvero il nesso causale fra il fatto ingiusto e l’ira».

La Cassazione ribadisce anche quanto sostenuto dalla corte di appello e cioè che «lo svolgimento corretto di una professione e la stima da parte dei colleghi non costituiscono ragioni di merito, tanto più se si considera che da un professionista affermato si deve pretendere maggiore autocontrollo», e aggiunge che «l’imputato manifestò freddezza e distacco, dopo la morte del fratello, in ogni caso determinata dalla sua condotta».

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