Salviamo le Apuane con Putamorsi: «Portiamo a casa un grande risultato»

Cai di Massa, Italia Nostra e l’associazione La Pietra Vivente scrivono al Parco: «Stop anche ai siti Padulello e Biagi»

MASSA. «Il nuovo piano del parco incontra alcuni punti chiave che da oltre 10 anni come Salviamo le Apuane ed Europa Verde portiamo avanti. Un passo grande nella difesa dell’ambiente, nella liberazione del Parco delle Alpi Apuane da economie distruttive e nella protezione delle nostre falde acquifere».

Anche gli ambientalisti di Salviamo le Apuane con il portavoce, Eros Teti, entrano nel merito del dibattito che da giorni anima Massa e dintorni: la possibilità che con il piano integrato del Parco delle Apuane vadano a chiudere alcune cave all’interno dell’area protetta e in particolare i siti di Focolaccia, Columbraia (nel comune di Vagli di Sotto), due siti estrattivi che insistono su Casola in Lunigiana e cava Borrella. Contro questa ipotesi si è scagliato il Comune di Massa con un vivace botta e risposta sui giornali. E sulle previsioni, con posizioni diverse, intervengono ora le associazioni che da tempo si battono per la chiusura delle cave.


«Le proposte fatte in questi anni trovano sempre più concretezza, le richieste avanzate di chiusura progressiva delle cave a fronte di una riconversione ecologica ed economica sono gli unici passi necessari da fare – afferma Tetti –. Ricordo che questo piano porterà alla chiusura delle cave del Pizzo D’Uccello, la montagna più bella del centro Italia, come già preannunciato nella campagna elettorale per le regionali come impegno richiesto da Europa Verde al Presidente Giani».

«Portiamo oggi a casa – prosegue l’esponete di Salviamo le Apuane e Europa Viva – un grande risultato e un grande passo avanti e continueremo a muoverci con questa metodologia d’azione puntando sulla pressione, discussione e proposta politica. Sta iniziando un percorso importante per il nostro territorio: che si apra ora un tavolo regionale per promuovere non solo una sana transizione ecologica ed economica ma anche una forte riconciliazione tra il mondo delle economie presenti nelle Apuane per uscire da questa grave situazione ambientale aumentando i posti di lavoro verdi, sostenibili e non usuranti. Pieno appoggio a questo nuovo corso del Parco delle Alpi Apuane da parte del mondo ecologista che prende atto di questo cambio di marcia mettendoci a disposizione per ogni necessità futura».

Bene ma non benissimo le scelte del Parco per un altra parte del mondo ambientalista legato alle Apuane. Con una lettera aperta al presidente Alberto Putamorsi il Cai di Massa, Italia Nostra Massa Montignoso e La Pietra Vivente chiedono al Parco «di mantenere le dichiarazioni di 10 anni fa, quando riteneva opportuno chiudere le cave Padulello e Biagi».

«Non c’è bisogno di impegno per togliere dall’area estrattiva la cava al passo della Focolaccia, sul crinale principale delle Apuane: è inattiva da allora e nel frattempo l’Aronte è stato dichiarato manufatto storico di valenza nazionale. Nel 2012 il Consiglio Direttivo, disattendendo la volontà del sindaco Pucci, aveva rimandato la chiusura delle cave ad un tavolo di consultazione (mai convocato) in previsione appunto del piano per l’attività estrattiva». Per le associazioni ci sono motivazioni ambientali e paesaggistiche, ma anche il compito del Parco di «inserire un programma di gestione ambientale che preveda precise e vincolanti azioni di ripristino ambientale per le modificazioni e le lavorazioni realizzate in assenza di autorizzazione» come sosteneva il Consiglio direttivo. E questo alla luce di abusi, sostengono le associazioni ambientaliste, ai quali porre rimedio. Come? La risposta per gli ambientalisti è solo una: «chiudere le aree estrattive, dato che le precise e vincolanti azioni di ripristino ambientale non sembrano avere effetto». «Presidente – conclude la missiva – le chiediamo innanzitutto di rispettare le leggi dello Stato italiano che tutelano le montagne sopra i 1. 200 e vietano le cave in diretta corrispondenza con le sorgenti, e di chiudere le cave che lavorano in spregio costante alle autorizzazioni, senza ritorno economico per la collettività e con pesantissimi strascichi ambientali».

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