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Pecore sbranate dai lupi, il pastore: «È un dolore immenso, qualcuno deve proteggerci»

Renzo Ricci, 83 anni, con il suo cane

Fosdinovo: il terreno recintato da una rete metallica alta due metri, ma l'uomo ha trovato il cancello aperto

FOSDINOVO. Non è una questione di numeri, dice. «Poteva esserne morta una sola e sarebbe stato un dolore comunque. Come quando muore un familiare», racconta Renzo Ricci, 83 anni, pastore «da sempre», nonché ultimo pastore rimasto a Fosdinovo. Ieri mattina, quando è andato nel suo terreno in località Le Prade, ha trovato undici pecore del suo gregge morte sbranate, altrettante ferite e alcune sparite.

Secondo il veterinario dell’Asl intervenuto per i rilievi del caso sono stati i lupi (o un lupo solo). «Quando le ho viste mi è quasi venuto un infarto – spiega a Il Tirreno il pastore –: sto malissimo. Oggi è una giornata bruttissima».


Ricci è nato in una famiglia di pastori. Il padre era pastore, il nonno pure. «Il mio bisnonno a 104 anni ancora si prendeva cura delle sue pecore». Vive di quello e della sua pensione minima. «Ma non è solo un lavoro – chiarisce –: sono la mia famiglia. Sono cresciuto in mezzo alle pecore. E anche quando ne muore una, sto male. Qualcuno adesso deve fare qualcosa: è un disastro».

Il suo terreno è recintato da una rete metallica alta due metri, ma ieri mattina Ricci ha trovato il cancello aperto. «Io lo avevo sicuramente chiuso. A chi devo dare la colpa? Non riuscirò più a dormire la notte al pensiero che altre pecore possano finire sbranate dai lupi».

Dopo decenni di assenza, il lupo sta ripopolando le Alpi Apuane e le zone limitrofe. Aiutano sicuramente a tenere a bada la popolazione di ungulati che, su pressione delle associazioni venatorie, sono state reintrodotti nelle aree di popolamento, attingendo però da allevamenti e da capi ibridati con maiali di origine balcanica super-prolifici che hanno completamente soppiantato la specie autoctona e creato un problema non da poco per l’equilibrio dell’ecosistema. Il punto, però, è che i lupi non se ne stanno in montagna. Si stanno avvicinando sempre alle zone abitate, provocando panico tra gli abitanti e rischiando di portare all’estinzione del pastoralismo locale. Perché se i lupi mangiassero fiori non ci sarebbero problemi. Ma così non è. Anzi, al lupo piace la preda facile, come la pecora. Che però, in genere, appartiene a qualcuno ed è anche la fonte del suo stipendio. I disagi provocati dai lupi ai pastori, e agli allevatori in generale, sono evidenti e non sono nemmeno facilmente monetizzabili. Non basta contare le pecore morte.

Così, da quando il lupo è tornato, c’è chi pensa di arrendersi, di lasciare la pastorizia per sempre. Qualcuno lo ha già fatto, perché dormire con l’incubo di svegliarsi con il gregge dimezzato è troppo difficile. «È da dieci anni che non si vedevano lupi qui– racconta il pastore –: si diceva in giro che c’erano stati degli avvistamenti, ma ancora non si erano avvicinati tanto. E adesso ce li siamo trovati sotto casa. Non possiamo andare avanti così». La soluzione, per una coesistenza tra lupi e attività agra-pastorale, potrebbe essere il Piano di gestione che è pronto da cinque anni ma fermo alla Conferenza Stato Regioni perché le Regioni non riescono a trovare un accordo e il ministero non ha finora voluto o potuto imporre una sua soluzione.

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