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Vittima di violenza chiede un contributo. Inps: non si può dare, mancano i moduli

Una manifestazione contro la violenza sulle donne

Il ministero del Lavoro non approva il modello di domanda per il “reddito di libertà”, legge da luglio e mai erogato

MASSA. Cristina (nome di fantasia) è vittima di violenza. Di una violenza pluriennale, fisica, psicologica, economica. Per anni non ha potuto lavorare: suo marito glielo ha impedito. I soldi erano il suo guinzaglio. Uno dei suoi guinzagli. A luglio, Cristina tira un sospiro di sollievo. Esce un decreto. Anche il nome contiene speranza: “Reddito di libertà”. Prevede non soluzioni, ma sostegni per ripartire: fino a 400 euro di contributo mensile per le vittime di violenza. Per 12 mesi. Non una soluzione, appunto. Ma un inizio. E lei che fa? Lo chiede. Di corsa. Poi sbatte il muso contro la realtà: i soldi ci sono, anche in Toscana. Ma non li può avere. Non ci sono i moduli per richiederli. L’Inps non li ha ancora predisposti.

Eccola qui la violenza sulla violenza. Il mancato sostegno dello Stato alle vittime che provano a rendersi indipendenti economicamente, il passo necessario verso la libertà. I tempi della burocrazia e della politica non sono quelli di cui hanno bisogno le vittime. Poche date ricostruiscono la vicenda di Cristina che accomuna migliaia di vittime, non solo in Toscana. Il 17 dicembre 2020 viene approvato il dpcm (decreto del presidente del consiglio dei ministri) dal titolo “Reddito di libertà per le vittime di violenza”. Ci sono tre pagine di premesse che ricostruiscono l’emergenza della violenza sulle donne e le tante misure che l’Italia ha adottato a tutela delle vittime. Poi arrivano i cinque articoli della norma. La legge stabilisce che: 1) in Italia sono stanziati 3 milioni a sostegno delle donne vittime di violenza in base alla popolazione femminile residente dai 18 ai 67 anni; 2) le Regioni possono incrementare questo fondo nazionale con risorse proprie; 3) le risorse sono trasferite all’Inps dal dipartimento delle Pari opportunità; 4) è riconosciuto il contributo denominato “reddito di libertà”, di 400 euro al mese massimo (per 12 mensilità) alle «donne vittime di violenza, sole o con figli minori, seguite da centri anti-violenza riconosciuti dalle Regioni e dai servizi sociali nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza al fine di contribuire a sostenerne l’autonomia».


Poi arrivano le spiegazioni per ottenere questi fondi: le donne che hanno subito violenza si devono trovare in condizioni di «particolare vulnerabilità o in condizione di povertà per favorirne l’indipendenza economica» (condizione di povertà che deve essere certificata dal servizio sociale che le segue). E va bene. Fin qui tutto chiaro. Ma dove si presenta la domanda? Semplice: la domanda – scrive il governo a dicembre 2020 – si presenta all’Inps «sulla base del modello di un’autocertificazione dell’interessata». Servono anche la dichiarazione del centro anti-violenza e del servizio sociale che confermino l’intrapreso percorso di allontanamento dal maltrattante e lo «stato di bisogno legato alla situazione straordinaria o urgente». Ecco queste parole sono significative: situazione straordinaria o urgente.

Restano sulla carta. Di sicuro l’urgenza. Infatti, il decreto viene pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 20 luglio 2021, sette mesi dopo l’approvazione, con tutta la calma possibile e immaginabile. Ma il peggio è che una volta pubblicato la burocrazia ha rallentato ancora l’erogazione dei contributi che non sono neppure così ingenti: alla Toscana, ad esempio, sono toccati 170.477 euro. Bastano a sostenere per un anno 35 donne con 400 euro al mese (sommabili, però, ad altri contributi e sostegni, compreso il reddito di cittadinanza). Meglio che niente.

Al momento, comunque, è proprio niente. Infatti, Cristina a fine settembre scopre che la sua domanda è bloccata all’Inps. L’istituto di previdenza le risponde: «A breve verrà pubblicata la circolare e il relativo modello di domanda». In realtà, se sarà a breve non si sa. L’Inps, infatti, conferma di aver predisposto sia il modello che la circolare per l’attivazione della procedura per liquidare il reddito di libertà. Ma tutta la documentazione è ferma al ministero del Lavoro che deve approvarla. Quando tornerà indietro non è dato sapere. Giusto perché il contrasto alla violenza di genere è una priorità in Italia. E il sostegno alle vittime è «urgente». Infatti dall’approvazione del dpcm non è ancora passato un anno.

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