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Serinper, la battaglia di una nonna: «Ridatemi le mie nipoti»

Alcuni imputati nel processo Serinper insieme agli avvocati

Le piccole sono state date in adozione perché la mamma è tossicodipendente

«Sono la nonna di due bambine meno fortunate di altre, perché fin dalla nascita hanno vissuto tra strutture protette, psicologi, educatori, senza padre, senza la figura materna e senza una guida. Ma nonostante la mia battaglia per ottenere il loro affidamento, ho presto capito che esiste un sistema, collegato alle adozioni dei minori, che tende a preferire la “consegna” dei bambini a famiglie esterne. Anche quando ci sarebbero parenti vicinissimi, pronti a prendersi cura di loro. E io probabilmente non vedrò mai più le mie nipotine». Inizia così il lungo sfogo di una giovane nonna, 52 anni, toscana, dipendente statale, che chiede di rimanere anonima solo perché l’iter per l’affidamento dei suoi nipoti è ancora in corso e si parla di minori già molto provati dalle vicende della vita, seppur piccolissimi.

Da quando è scoppiato il caso Serinper, la cooperativa coinvolta nell’inchiesta della procura di Massa per un presunto giro di corruzione, traffico di influenze illecite e maltrattamenti sugli ospiti di 13 case di accoglienza per minori e mamme disagiate (un filone dell’inchiesta è arrivato davanti al giudice per le udienze preliminari, che, un mese fa, dopo aver discusso di alcune questione tecniche e procedurali e dopo aver ascoltato le testimonianze spontanee dei due dirigenti della cooperativa ha rinviato a ottobre) si sono fatte avanti numerose persone, in vari modi toccate dagli eventi.


È il caso anche di questa nonna, la cui storia si interseca tra le province di Massa Carrara e Livorno, il cui dramma inizia circa due anni fa, quando partì l’iter per l’adozione di due nipotine, due sorelle di cinque e due anni, le figlie di sua figlia, nate da padri diversi. «Mia figlia aveva e ha ancora problemi di tossicodipendenza – racconta la donna – e le bambine le furono tolte subito. Un terzo nipote, che oggi ha otto anni, non è finito in struttura solo perché all’epoca viveva già con me. Donne come mia figlia vanno aiutate, ma giustamente anche allontanate quando diventano un pericolo; io le vorrò sempre bene, ma i bambini non potevano stare con lei. Non ho mai negato che fosse giusto in quel momento staccarla dai suoi stessi figli. È stato tutto giusto fino ad un certo punto, quando ho capito che i servizi sociali e la giustizia minorile non avrebbero mai concesso alla vera famiglia delle bambine di prendersene cura».

Inizia per la donna un calvario fatto di sedute e incontri con gli psicologi, relazioni, periti del tribunale, visite protette e colloqui, anche una educatrice in casa due volte a settimana, per un’ora e mezzo ad annotare ogni movimento, battito e respiro. «Sono stata anni sotto controllo e sotto pressione – continua a raccontare a Il Tirreno la donna–. Sono stata sotto analisi e sotto processo anche se non era ancora iniziato. Sono una dipendente statale, ho il mio lavoro, i miei soldi, sono una professionista affermata, tutti mi conoscono, sanno che persona sono; ho la mia casa, i miei amici. È vero sono sola, perché mio marito è morto prematuramente parecchi anni fa. Ed è vero ho una figlia che non è ancora uscita dalla tossico dipendenza. Ma questa non può essere una colpa».

La nonna si rende conto che da parte degli psicologi e dei vari ctu (i consulenti del tribunale) non c’è la volontà di ricongiungere la famiglia. Nelle varie relazioni che finiscono sui tavoli dei giudici, viene scritto che la donna «non riesce a gestire la situazione».

«Mi contestano di non volermi occupare delle mie nipotine, quando ho iniziato io l’iter per l’affidamento. Scrissero che non volevo averle in casa. Quello che raccontano le psicologhe con cui parliamo diventa legge. Nessuno ci ascolta davvero. Nessuno le può contraddire. Non abbiamo strumenti, né armi di difesa. Ho toccato con mano lo strapotere dei servizi sociali e delle assistenti sociali. Il sistema vuole che se un minore viene tolto alla madre, qualunque sia il suo contesto, dovrà andare in adozione ad un’altra famiglia e nulla conta se esistono parenti disposti a dare tutto l’amore che possono. Mi sono accorta che era stato già tutto deciso quando scoprii che avevano cambiato il nome tunisino delle due bambine, prima ancora che terminasse l’iter per l’adozione, quando ancora cioè era in corso il mio appello alla sentenza di primo grado, pronunciata dalla giudice Rosa Russo, che pochi mesi fa ho scoperto essere stata arrestata nell’ambito di questa inchiesta sulle case famiglia della Serinper. Non voglio dare colpe a nessuno, ma la verità è che il sistema mi impedirà di stare insieme alle mie nipoti per sempre».

Dopo aver scoperto che alle bambine era stato cambiato il nome di battesimo, la nonna ha presentato denuncia alla procura della Repubblica: «Non possono farlo, non sono ancora state adottate – racconta – e io sto continuando a lottare; devono rimanere legate alle loro origini, che non vanno negate, né nascoste. È la legge». L’appello della nonna è stato respinto dieci giorni fa, ma lei ricorrerà in Cassazione: «Il pensiero di non rivederle mai più mi uccide. Vorrei poter dire che non lo permetterò, ma credo che non dipenda da me, né da ciò che è giusto».

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