Polvaccio, il Tar boccia lo stop alle attività in cava

La cava del Polvaccio

Annullato il provvedimento del Comune e ora i giudici sollecitano gli enti a fare chiarezza

CARRARA. Tutto chiuso dal novembre 2020: niente più escavazione nella storica cava di Michelangelo. E a manifestare la propria preoccupazione per un impasse burocratico che rischiava (e rischia) di "contagiare" anche altri siti estrattivi a Carrara sono stati non solo i titolari della concessione ma anche i sindacati, a cominciare dalla Fillea Cgil. Adesso, però, c’è un pronunciamento in punta di diritto che sottolinea la necessità di un chiarimento sulle norme. Quelle che hanno fatto esplodere il caso: la presenza di fossi e canali demaniali nelle aree di cava sui quali mancano certezze in merito a competenze e titolarità.

Il pronunciamento è quello del Tar della Toscana che ha accolto il ricorso presentato dalla Società Escavazione Polvaccio s.r.l della famiglia Barattini contro il Comune che, in momenti differenti - e in particolare nel gennaio di quest’anno - ha dichiarato inefficace la "segnalazione certificata di inizio attività", comunemente detta Scia, relativa a una variante non sostanziale al progetto di coltivazione della cava numero 46 Polvaccio.

Il Tar non ha dubbi, quel provvedimento di gennaio, come richiesto dalla società, va annullato. E lo ha messo nero su banco lo scorso 21 luglio.

Intanto perché sarebbe intervenuto a "congelare" la Scia oltre i termini previsti dalla legge, anche a fronte del fatto che, scrive il Tar «doveva ritenersi ormai consolidato l’affidamento della segnalante (la Società Escavazione Polvaccio, ndr), tanto più nel caso di specie poiché da un decennio essa esercitava attività estrattiva senza che mai fossero emerse problematiche in ordine alla demanialità del corso d’acqua di cui si tratta». Inoltre la richiesta arrivata dall’azienda tramite Scia, precisa ancora il Tar, poteva essere annullata in via di autotutela per «l’esistenza di interessi pubblici all’inibizione dell’attività segnalata che fossero ulteriori rispetto al mero riprstino della legalità violata». Ma in realtà il Comune, nel "congelare" la variante al piano di escavazione del Polvaccio «fa laconicamente riferimento a "verifiche e approfondimenti in merito ai requisiti e presupposti per la realizzazione delle modifiche al progetto di coltivazione oggetto di segnalazione certificata....", a seguito dei quali si è accertata l’assenza di un provvedimento abilitante all’esecuzione di lavori in aree demaniali» scrivono ancora i giudici del tribunale amministrativo. Il Comune, come si legge nella sentenza, «non indica in cosa consistano dette verifiche e approfondimenti; non indica l’area demaniale interessata e, soprattutto, non esplicita motivi di interesse pubblico ulteriori rispetto al ripristino della legalità asseritamente violata i quali militino a favore dell’inibizione dell’attività estrattiva esercitata dalla ricorrente».

Il Tar poi va oltre e specifica anche che il Comune, legittimamente, avrebbe avuto gli strumenti per fermare l’attività della cava. Circostanza che si pone «quando sussistano i presupposti per procedere all’annullamento d’ufficio di provvedimenti illegittimamente emanati - scrive il tribunale amministrativo - . Tra detti presupposti rientra anche (e soprattutto) la sussistenza di motivi di interesse pubblico diversi dal mero ripristino della legalità, che devono essere ponderati con quello del privato segnalante a proseguire nell’esercizio dell’attività». Ma nel caso specifico queste ragioni «non sono esplicitate nel provvedimento impugnato e, si ripete, tanto più dovevano essere oggetto di valutazione a fronte del lungo tempo decorso dal rilascio della prima autorizzazione e di un quadro incerto in ordine alle reciproche competenze delle amministrazioni in materia».

Insomma, sembra sostenere il Tar tra le altre cose, possibile che il problema venga a porsi dopo così tanti anni di attività della cava al Polvaccio? E non sarebbe il caso di fare chiarezza sulle competenze in materia? Tanto che i giudici fiorentini, prendendo in esame il fatto che l’azienda ha tentato di risolvere la questione delle autorizzazioni congelate dal Comune chiedendo alla Regione la concessione delle aree di demanio idrico presenti in cava, aggiungono: «Tale confusione è dimostrata dalla motivazione della decisione regionale di sospendere il procedimento per il rilascio della concessione richiesta dalla ricorrente, consistente nella necessità di definire con l’Agenzia del demanio "un percorso condiviso di gestione delle aree demaniali nei bacini estrattivi di Carrara nel periodo transitorio", percorso che evidentemente non era ancora stato intrapreso».

Di fronte ai nodi ancora da sciogliere i giudici del Tar scelgono di "bilanciare" gli interessi in gioco. Da una parte la società, ferma da mesi, che intende proseguire l’attività segnalata. Dall’altra le ragioni di interesse pubblico per le quali il Comune ha fermato le attività . E decide per l’accoglimento del ricorso Società Escavazione Polvaccio. --

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