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Mesi e mesi in prima linea contro la pandemia: «E continuo a vivere un senso di insicurezza»

La dottoressa Ilaria Lombardi, parla dell'emergenza e dei suoi effetti anche psicologici

La dottoressa Ilaria Lombardi racconta il lavoro del medico di famiglia in epoca Covid su un territorio tra i più colpiti dalla pandemia 

Ambulatorio, visite domiciliari, contatti quotidiani con i colleghi per scambiarsi informazioni, il tutto in cinque chilometri quadrati e in un intervallo di tempo di dodici ore al giorno, dalle 8 alle 20. Medico di famiglia per scelta, con un’organizzazione geometrica di lavoro, Ilaria Lombardi, ad Avenza, non vuole perdere tempo negli spostamenti e dunque la sua vita si svolge in un fazzoletto di terra, quello in cui vivono i suoi 1.500 pazienti:«Una volta finita la pandemia – confida la dottoressa – una cosa ricorderò: la paura di seguire i pazienti a casa, senza l’aiuto del tampone ed assieme d’infettare anche i miei familiari. Non lo dimenticherò mai».

Dottoressa, com’è la sua giornata tipo?


«Dalle 9 alle 12 svolgo attività ambulatoriale, che poi riprendo dalle 15 alle 19 circa. L’intervallo è dedicato alle visite domiciliari dei pazienti anziani o più fragili e ai contatti telefonici con parenti di pazienti ricoverati o colleghi specialisti che li hanno carico».

Il green pass è una scelta efficace? Giusta un’eventuale obbligatorietà?

«È strumento indispensabile per consentire una maggiore sicurezza negli spostamenti. La voglia di normalità ha spinto tanti a prenotare le vacanze. Sono favorevole alla obbligatorietà, come incentivo alla vaccinazione».

Cosa ricorda sul piano umano e professionale delle prime fasi della pandemia? Ha avuto paura in assenza di informazione?

«Purtroppo ricordo tanta paura: la paura dei pazienti seguiti a casa per i quali, a fronte di sintomi fortemente sospetti, non era prevista esecuzione del tampone se non a seguito di ricovero ospedaliero. Ricordo i tentativi fatti per tranquillizzarli, fornendo come principale strumento di cura la mia presenza a distanza, basata su contatti telefonici pressochè giornalieri. Oltre alla paura personale del contagio, di fronte al numero crescente nei mesi dei colleghi ammalati e poi deceduti. Le informazioni le abbiamo ricevute, rielaborate di settimana in settimana con nuove conoscenze, ma la realtà è stata più complicata. I protocolli, inviati dal Ministero della Salute, si focalizzavano sul triage telefonico e l’invio in pronto soccorso solo in caso di peggioramento, consigliando di limitare gli accessi ai nostri ambulatori alle urgenze e ai casi non sospetti di Sars Cov 2, organizzando l’accesso solo con appuntamento. Sono stati mesi, in cui mi sono completamente isolata da famiglia e fidanzato: pasti passati dalla finestra, contatti con i familiari solo in giardino ad un metro di distanza, ogni oggetto toccato da me lavato con candeggina o alcool. Ho scoperto le videochiamate come credo buona parte degli italiani. Due mesi di solitudine per il timore di potermi ritrovare in una situazione simile. Evitando i contatti con loro – mi sono detta – non dovrò preoccuparmi anche del rischio del loro contagio. Dal confronto con i colleghi so che il pensiero è stato dominante in molti di noi».

Perché ha scelto di fare il medico di base? Ha avuto dei maestri che le hanno fatto da riferimento?

«Ancora prima della laurea ho avuto la possibilità di accedere all’ambulatorio del mio medico di famiglia e di seguirlo nelle visite ambulatoriali. Stavo decidendo del mio futuro e “provare sul campo” è stato fondamentale. Ricordo, dopo laurea ed abilitazione, la prima volta che mi ha chiesto di sostituirlo, le mie ansie e le sue rassicurazioni. Mi è sembrata la strada giusta, problematiche nuove, situazioni simili ma diverse, rapporto fiduciario con il paziente. Ho fatto mio il suo “mi faccia sapere tra qualche giorno”, “mi dica poi come va” che tanto ho capito rassicurare i pazienti. Oltre al suo modo di spiegare le terapie nel dettaglio, quasi scolastico, con istruzioni scritte da consegnare a tutti i pazienti, perché ho capito che qualche minuto della visita dedicato alle istruzioni è solo tempo ben investito. Poi il corso di formazione specifica in medicina generale, propedeutico alla professione di medico di famiglia. Ho appreso un metodo diverso di approccio al paziente, confrontandomi con tecniche di comunicazione che non conoscevo, atte a migliorare il rapporto interpersonale. Quindi il primo tirocinio di sei mesi, presso un collega anziano, diventato giorno dopo giorno costante punto di riferimento, sia nell’approccio clinico al paziente che nell’organizzazione del lavoro ambulatoriale, aiuto in caso di dubbio clinico ed appoggio nei momento di sconforto».

Teme le “varianti”?

«Sì. Temo sia quelle attualmente riscontrate che il rischio che possano crearsene altre».

Ci sono, fra i suoi pazienti, persone scettiche sulla prevenzione e quindi non ancora vaccinate?

«Sì, in tutte le fasce di età. Nella nostra Regione siamo stati noi a vaccinare gli over 80 a marzo e aprile scorso nei nostri ambulatori e circa il dieci percento ha rifiutato: in alcune situazioni il rifiuto è stato legato alle condizioni precarie del paziente, mentre in altre si è trattato di un no globale, di famiglia. Ancora oggi molti non hanno effettuato la prenotazione, ci stanno ancora pensando».

Nella storia, la durata media della pandemia è circa due anni. Pensa possa arrivare ad un’altra ondata?

«Temo di sì, i dati di questi giorni in Europa ci portano a pensare che non sia ancora finita. Per i contagi, tanto dipenderà dalla rapidità di diffusione delle varianti, quanto dal rispetto delle misure di contenimento da parte di ciascuno di noi».

Dottoressa, un’ ultima domanda: cosa lascerà in lei, una volta conclusa, questa situazione sanitaria?

«C’è un “prima dell’inizio” pandemia ed un “dopo l’inizio” della pandemia. Mi sento ancora troppo all’interno per ipotizzare come sarà il “dopo la fine” della pandemia. Il tempo aiuterà a distaccarmi da alcuni ricordi di questi quindici mesi, adesso molto vividi, ma credo che il senso d’ insicurezza e precarietà mi resteranno». —

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