Calcio giovanile, esclusi perché scarsi. L'allenatore Stefano Carobbi: «Una storia inaccettabile»

Stefano Carobbi

L'ex giocatore di Milan e Fiorentina interviene sul caso apuano: «Questo sistema deve essere contrastato»

«Non sei bravo? Fuori dalla squadra». Nei giorni scorsi sulle cronache sportive del Tirreno, è uscito un articolo dedicato alla segnalazione, pervenuta alla Lega Dilettanti, di alcuni genitori i cui figli (quattro in tutto) sono stati allontanati dalla società calcistica nella quale erano cresciti perché non abbastanza bravi per continuare il percorso con la formazione impegnata nel passaggio di categoria (e dunque nella selezione dei meritevoli): dagli esordienti ai giovanissimi. Sull’accaduto è intervenuto uno che di calcio se ne intende e che si sta impegnando in un progetto importante che guarda ai giovani e ai valori dello sport: l’ex calciatore di Fiorentina e Milan (tra le altre grandi) Stefano Carobbi.

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Leggo su Il Tirreno una storia di calcio che non avrei voluto leggere mai. Meno che mai a poca distanza dalla vittoria di un campionato europeo per il quale ci siamo entusiasmati tutti. Non è stato solo per la Coppa. Siamo stati conquistati da quello che i “nostri” ragazzi ci hanno trasmesso: lo spirito di gruppo, il sacrificio, l’abnegazione di tutti per tutti. Vogliamo dirci la verità? Probabilmente non ha vinto la migliore squadra, ma ha vinto il gruppo migliore, lo “spirito di spogliatoio” grazie al quale non esistono titolari o riserve. Tutti hanno avuto la propria parte nel risultati finale, anche Sirigu che non è mai entrato in campo ma è stato un uomo spogliatoio riconosciuto da tutti. Mentre abbiamo ancora i brividi addosso per l’abbraccio tra Vialli e Mancini, il quale dopo aver vinto il titolo, si è messo in fila nella sua Jesi, in un negozio di alimentari per fare la spesa, arriva da Massa Carrara questa storia inaccettabile di esclusione. Un padre racconta che suo figlio, poco dotato per il calcio, a neanche dodici anni, viene espulso dalla squadra di dilettanti. Il padre ammette che il figlio non ha talento per questo sport, ma si rammarica del fatto che sia stato escluso da un gruppo nel quale stava il bambino si trova bene, ha amici e soprattutto gioca per divertirsi: i veri obiettivi delle scuole calcio e delle società sportive dei dilettanti.

Da una parte, dunque, abbiamo una squadra che esclude bambini, dall’altra abbiamo la Nazionale di calcio che, grazie ai continui esempi di umanità - che dire della vittoria dedicata dal capitano ad Astori? - ci ha dimostrato di essere formata non solo da campioni, ma soprattutto da persone con anima e cuore. Con la Nazionale di Mancini siamo tornati indietro per andare avanti: abbiamo resettato tutto, capito che non servono professori o sergenti di ferro alla guida di chissà quale squadra di fenomeni per vincere, ma che servono ragazzi giusti al posto giusto, ragazzi comuni in grado di compiere imprese straordinarie grazie alla forza del gruppo. Capaci di farti innamorare di nuovo del calcio perché ti fanno sentire uno di loro.

Poi dall’altra spunta una squadra a Massa Carrara (sono certo che non sia l’unica nel panorama calcistico) che allontana bambini. E tutto svanisce. Si ritorna a quello che tutti sanno, ma nessuno dice. Nessuno meno un padre che si preoccupa non della “carriera” calcistica del figlio - sa bene che non esiste - ma di quale insegnamento possa dare questo allontanamento dalla squadra visto che il bimbo si è integrato bene con i compagni di squadra con i quali ha ha condiviso, con impegno e passione, ogni allenamento con la cognizione dei propri limiti.

Così non può andare. In questo ultimo anno ho preso coscienza che deve essere contrastato questo sistema, tornando a quel passato, neanche tanto remoto, nel quale non esistevano istruttori che attraverso le vittorie dei ragazzi si creano la loro carriera. Piuttosto c’erano persone capaci di trasmettere valori ai ragazzi e attente a non privilegiare il calciatore rispetto all’essere umano.

Sono sicuro che sono persone poco rinomate e rammentate, ma che hanno avuto un grande peso anche sulla vittoria di questo Europeo. I ragazzi di Mancini lo sanno e sono sicuro che quando hanno alzato la coppa al cielo hanno avuto un pensiero anche per queste persone che li hanno portati fino lì.Io lo so: se ho potuto giocare in serie A, anche come capitano della mia Fiorentina, o alzare le coppe internazionali del grande Milan (compresa la Coppa dei campioni), o prima ancora far parte della nazionale under 21 (proprio con Mancini e Vialli) è merito di chi mi ha cresciuto nella maniera giusta, in campo. A Pistoia, da dove vengo, sono stato allevato da Brunero “Bruschino” Tuci”. E ho incrociato un uomo come Renzo Corsini che proprio perché preoccupato dalla piega che sta prendendo il calcio, mi ha cercato pochi giorni fa. Entrambi abbiamo in comune lo stesso progetto. Lui su Pistoia e io su Firenze, con Uisp Toscana. Un progetto di sport e inclusione. Si chiama: “Mamma, vado a giocare da Stefano” perché i nostri campi sono aperti per giocare, divertirsi, crescere insieme.

Al padre di Carrara vorrei dire di portare da noi suo figlio, anche se capisco che la distanza non aiuta. Ma d’accordo con Uisp vogliamo che nessuno, in primo luogo, abbia mai la sensazione di sentirsi escluso, scartato o rifiutato. Inoltre che non perda il gusto del gioco perché non viene scelto da una squadra o perché viene “rimandato indietro” dopo un’esperienza in un vivaio. E infine che non pensi che il rifiuto di una squadra costituisca la fine di tutti i sogni . Spesso i giudizi di chi va in cerca di campioni fra i ragazzini sono affrettati e ingenerosi. La nostra scuola calcio si propone di dimostrare che essere scartati non significa essere privi di talento; che non essere dei fuoriclasse impedisca di diventare ottimi calciatori con il lavoro e l’impegno; che si può giocare a calcio senza diventare professionisti: il nostro talento probabilmente ci porta in altre direzioni.

Bisogna dare risposte alle domande del padre di questo bimbo. In particolare sul valore educativo dell’attività sportiva e su che cosa possa imparare un bimbo di dodici anni da un’esperienza del genere. Di sicuro, non deve passare il messaggio che per vincere bisogna escludere chi può essere di intralcio alla vittoria. Piuttosto dobbiamo cercare di creare un ruolo della stessa importanza anche a chi è consapevole che i propri mezzi non siano speciali ma è certo che la propria passione può essere una componente importantissima di una vittoria di squadra, anzi di gruppo.

Con stima e affetto per babbo e bambino . —