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Arsenico alla Rumianca e quelle morìe di animali

Il Lurgi, il famigerato impianto per la termo-distruzione di rifiuti all’interno della Farmoplant in una foto d’epoca e a destra una zona della ex Resine ancora in attesa di bonifica

Parla Marcello Palagi, "memorie" delle lotte contro il polo chimico: «Nell’area ex Resine sono ancora sepolte migliaia di tonnellate di rifiuti tossici»

«Nell’area ex Resine della Farmoplant sono ancora sepolte centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti dalle lavorazioni della fabbrica. Tutto questo è stato più volte denunciato pubblicamente proprio dallo stesso titolare della ditta di pulizie che aveva effettuato questi interramenti criminali, la cui testimonianza fu pubblicata per la prima volta il 25 marzo 1989 dall’Assemblea permanente e dal Comitato dei cittadini davanti alla Farmoplant». A rilanciare l’allarme sulla mancata bonifica e la presenza di rifiuti tossici ancora occultati nel nostro territorio è il professor Marcello Palagi, ex docente (insegnò a lungo all’Artistico), direttore di “Trentadue” e storico protagonista delle lotte popolari contro i veleni dell’industria chimica, intervenuto al giardino di Casa Pellini per la presentazione del libro “Zona industriale apuana”, scritto da Matteo Marchini e pubblicato da Eclettica edizioni. All’incontro, organizzato dall’associazione culturale “In-Carrara” in occasione dell’anniversario dell’esplosione del serbatoio Rogor della Farmoplant, avvenuta il 17 luglio 1988, hanno partecipato anche Marchini stesso e lo storico Pietro di Pierro, che si è soffermato sulle trasformazioni sociali, economiche, urbanistiche derivanti dall’istituzione della zona industriale apuana nel 1938.

Palagi, già docente di lettere al liceo artistico “Artemisia Gentileschi”, si è invece soffermato sul rapporto tra industria chimica e popolazione. «La Rumianca – ha ricordato l’ex docente – trasferì le sue produzioni di pesticidi da Pieve Vergonte, in Val d’Ossola, ad Avenza perché là, in Val d’Ossola, non le era consentito di scaricare i suoi rifiuti nel fiume Toce, cioè in acque interne, mentre poteva farlo nel Lavello, perché all’epoca mancava qualsiasi legislazione che riguardasse il mare. Il polo chimico apuano tra Carrara e Massa – ha proseguito Palagi – fu voluto da Donegani, grande industriale dell’epoca, il quale, però, a cose fatte giudicò la sua realizzazione una pazzia, per la conformazione orografica del nostro territorio». Già nel 1946, subito dopo la liberazione, il prefetto del Comitato di liberazione nazionale Pietro del Giudice ordinò un’inchiesta sugli effetti dell’arsenico derivante dalla produzione di acido solforico alla Rumianca, che aveva da poco riaperto i battenti.


Ebbene, i risultati di questa ricerca, condotta dall’ingegner Aldo Cecchini, ha riferito Palagi, misero in evidenza che nella fabbrica si lavorava «con sistemi antiquati, senza nessuna garanzia per gli operai e che grandi quantità di gas nitrosi venivano immessi in atmosfera, con conseguenti malattie e tumori nei lavoratori». Nei primi anni ‘50 gli abitanti della zona della Bario denunciarono le ripetute morti dei loro piccoli animali da cortile (polli e conigli), per fratture multiple delle ossa. «Una sostanza che usciva dalla ciminiera della fabbrica – -spiega Palagi – si sostituiva al calcio dello scheletro, determinandone la rottura. Il danno, se le produzioni dello stabilimento fossero proseguite nello stesso modo, avrebbe finito per colpire anche gli uomini, ma la mobilitazione popolare obbligò l’azienda a ricorrere ai ripari, modificando le sue produzioni e il fenomeno ebbe termine». Nel 1966 un centinaio di lavoratori che vivevano intorno alla Rumianca e alla Montecatini denunciarono all’allora presidente del consiglio Aldo Moro che la loro terra da cinque anni non produceva niente di commestibile. «La frutta e gli ortaggi – ricorda l’ex docente – avevano tutti un sapore amaro. Gli alberi e soprattutto le vigne seccavano. Il vino aveva un odore sgradevole, che lo rendeva imbevibile. Dopo l’intervento di Moro nei confronti di queste industrie, il fenomeno scomparve, almeno per quanto riguardava il sapore. Tuttavia, dubito che ortaggi e frutta fossero tornati ad essere effettivamente commestibili ed innocui per la salute». Probabilmente i due stabilimenti avevano smesso di pompare in falda i loro rifiuti chimici, disperdendoli direttamente in mare.

«Esempi di questo genere – ha sostenuto Palagi – dimostrano che il nostro territorio ha prodotto continue forme di resistenza dal basso e non istituzionalizzate contro uno sviluppo industriale disumano e indifferente nei confronti di ambiente e salute. Istituzioni e amministrazioni locali, partiti, sindacati, magistratura, – ha concluso il relatore – sono sempre stati i primi destinatari delle proteste, senza mai intervenire fattivamente, perché subalterni alle ideologie produttivistiche dominanti e sostenitori convinti di un modello di produzione che pretendeva assoluta libertà d’azione in cambio di posti di lavoro». —

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