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Scandalo accoglienza, partiti cinque ricorsi: «Adozioni troppo facili»

Il caso Serinper, l'avvocato Mattarocci assiste una della mamme ex ospiti di una struttura al centro dell'inchiesta: «La Procura indaghi anche sul possibile mercato degli affidi»

Anna era entrata in quella casa per scappare dal compagno violento. Enrica perché non aveva un altro posto dove andare. Come Lucia. E come Giorgia e Luca. I nomi sono inventati, le storie sono vere. E hanno due cose in comune queste persone: 1) le case in cui sono state ospitate, per un periodo più o meno lungo, sono gestite dalla Serinper, la cooperativa finita sotto inchiesta per corruzione (favori in cambio di posti lavoro) e maltrattamenti; 2) sono entrate in quelle strutture con uno o più figli, ma ne sono usciti senza. I piccoli sono stati dati in adozione: sono spariti dalla visuale della loro vita e non si spiegano perché.

Prima ancora che la Procura di Massa aprisse un fascicolo sulla Serinper e prima ancora che il nome della cooperativa apparisse sui giornali e le tv, queste famiglie si sono affidate ad avvocati per avere risposte e chiedere aiuto.

«La procura dovrebbe indagare su un possibile mercato di adozione: ho fiducia nel procuratore capo Capizzoto, un pm duro e attento», commenta Valter Mattarocci, avvocato che assiste una delle vecchie ospiti di casa Coniugi Ciampi, a Massa. Per conto della donna, ha già presentato una querela per maltrattamenti e adesso ne sta preparando una seconda per chiedere la revoca dell’adozione del figlio. Secondo l’avvocato è stata fatta «con troppa leggerezza». E il sospetto - e di questo al momento si tratta - è che non sia l’unica.

«Tutto è successo nel giro di pochi mesi con relazioni che riteniamo poco attendibili», spiega la collega Emilia Lorenzetti. La loro cliente è Enrica, una quarantenne originaria del Kenya, entrata nella casa di accoglienza nell’agosto del 2011. Sei mesi dopo il suo ingresso, il figlio, di appena un anno, venne dato in affidamento diurno. «Questo nonostante le sue relazioni fossero sempre positive - spiega l’avvocato Lorenzetti -, ma quello è un momento spartiacque e non potrebbe essere diversamente. Se danno in affido tuo figlio senza motivo non puoi che iniziare ad aver paura ed essere arrabbiata. Hanno iniziato ad accusarla di bere e drogarsi». Enrica si fece anche analisi per dimostrare che non era vero. Eppure il bimbo venne dato comunque in adozione nel 2013. Ad oggi sono almeno cinque le richieste di revoca delle adozioni avviate nelle case gestite dalla coop.

Tra queste c’è quella di Lucia, trentenne di Livorno, arrivata a casa Sonrisa, a Massarosa, nel 2017. Era incinta di sette mesi e aveva un’altra figlia di quasi due anni. Sin da subito, stando a quanto ricostruito dal suo difensore, il modenese Francesco Miraglia, grande accusatore del sistema affidi di Bibbiano, sarebbe stata etichettata come violenta e pericolosa. «Ma era tutto programmato - racconta lei -. Hanno iniziato a suggerirmi di chiamare il bimbo con un nome italiano e non arabo come volevo fare io, quando ancora ero incinta. Quando è nato, loro lo chiamavano Filippo nonostante avesse un altro nome».

Ad appena un mese il piccolo è stato portato in un’altra struttura insieme alla sorella. «Per cinque mesi non li ho rivisti - racconta -, poi sono iniziate le visite protette e dall’estate del 2019 sono stati dati in adozione e non li ho più rivisti. Era un’adozione programmata, come tante altre. Giocano sulle debolezze per portarci via i figli».

Il suo avvocato ha presentato il ricorso in Cassazione per chiedere la revoca dell’adozione di entrambi i bimbi. «Queste sono strutture - spiega l’avvocato Miraglia - dove le ospiti vengono tenute costantemente sotto la minaccia di perdere i bimbi. E vivere sotto minaccia inevitabilmente cambia l’umore. Avevamo già presentato una querela in passato, prima che scoppiasse il caso, ma venne archiviata. La cosa peggiore è che tutto è passato sotto silenzio da parte del tribunale dei minore. C’è una procura che ha il dovere di andare a vedere come vengono gestite le comunità. E non succede». --

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