Farmoplant, Bigini: «Chi doveva controllare era un incosciente»

A 33 anni dall’esplosione ricordo di chi allora amministrava la città

«La bonifica dell’area ex Farmoplant non è mai stata realizzata e coloro che avevano il compito di controllare e certificavano che il Rogor fosse un prodotto innocuo erano degli incoscienti».

Sono parole forti, che acquistano un peso ancora maggiore se pensiamo che a pronunciarle è Dino Oliviero Bigini, che ai tempi dell’esplosione della Farmoplant era amministratore del Comune di Massa, prosindaco in quota al Pci, partito che fu tra i principali sostenitori dello stabilimento, in difesa dei 386 lavoratori (più altri 200 nell’indotto) che avrebbero rischiato il posto.


Bigini, 93 anni portati splendidamente, oggi è presidente onorario dell’Anpi.

Lo abbiamo incontrato nella sua abitazione, dove ci ha ricevuto con estrema gentilezza e disponibilità, accettando di ripercorrere quei tristi giorni in cui il territorio era avvelenato dalle produzioni della Farmoplant.

«Alla mia età – dice inizialmente Bigini– rilasciare interviste mi sembra veramente fuori luogo». Poi però prevale la voglia di raccontare, con la speranza che il ricordo di quanto accaduto serva di monito per il futuro.

«Lo stabilimento Farmoplant – ricorda – sorse nel 1976, su un’area precedentemente occupata dalla Dipa Azoto, sempre appartenente alla Montedison, che produceva fertilizzanti azotati ed aveva già provocato seri problemi di inquinamento. Il precedente stabilimento fu smantellato senza attuare alcuna bonifica». Tutte le forze politiche allora presenti in Comune, davanti alla promessa di 200 nuovi posti di lavoro, diedero il proprio assenso alla costruzione della Farmoplant, dando così il via ad una delle più grandi fabbriche europee di pesticidi in pieno centro urbano (l’abitato di Alteta) e perciò in pieno contrasto con l’articolo 216 del Testo unico sulle leggi sanitarie, in cui si afferma che industrie di questo tipo “devono stare isolate nella campagna e tenute lontano dai centri abitati”.

«All’epoca -racconta Bigini- io ero consigliere regionale e l’allora sindaco democristiano Ennio Fialdini mi fornì tutta l’imponente documentazione relativa alla Farmoplant. La cosa che più mi colpì – spiega – furono le rigide misure di sicurezza che, almeno sulla carta, erano previste per il nuovo stabilimento: impianto di raccolta e depurazione delle acque, rafforzi antisismici. Tutto questo fece sorgere in me il dubbio che le produzioni della nuova fabbrica potessero essere nocive». Una folta delegazione di amministratori e tecnici della Regione, dei Comuni di Carrara e di Massa, dei sindacati e della Montedison partì per una visita organizzata dalla stessa azienda a Lione e Basilea, dove si trovavano stabilimenti di fitofarmaci analoghi a quello che sarebbe sorto a Massa. La delegazione, in questo modo, avrebbe potuto appurare direttamente i pericoli di inquinamento.

«Nelle conclusioni – ricorda Bigini – si affermava che, considerato l’insediamento delle industrie chimiche nel tessuto urbanistico delle città e dei centri abitati visitati, non si riscontravano inconvenienti di rilievo, sia all’interno che all’esterno e si poteva quindi dedurre che, con le dovute garanzie di costruzione e messa in opera, poteva essere consentita la costruzione della Farmoplant a Massa. Io, però, – puntualizza l’ex prosindaco- avevo un parente che lavorava alla Rumianca di Carrara, che produceva anch’essa pesticidi e ricordavo bene l’odore nauseabondo che, anche dopo ripetute docce, rimaneva addosso a questi operai. Una volta mi recai alla Rumianca per parlare con i lavoratori in sciopero ed ebbi anch’io difficoltà a respirare».

Passano gli anni e si arriva alla drammatica domenica 17 luglio 1988, quando si verificarono l’esplosione del serbatoio Rogor e la fuoriuscita della gigantesca nube tossica. Bigini, all’epoca prosindaco nella “giunta di programma” presieduta da Mauro Pennacchiotti, repubblicano sostenuto da una maggioranza che andava dal Pci alla Dc, ricorda che quel giorno mancavano trombe bitonali e microfoni con cui invitare la popolazione ad allontanarsi.

«Visto che era l’unico a disporne – spiega ancora Bigini – dovetti chiedere ad Augusto Pucetti, segretario provinciale di Medicina democratica, di utilizzare questi dispositivi sonori per avvisare i cittadini. I vigili, però, lo multarono perché non aveva i permessi necessari».

Passato il pericolo maggiore, la gente cominciò a protestare. Lo stesso Bigini venne aggredito dalla folla inferocita. Tristemente celebre fu poi la carica delle forze dell’ordine contro i cittadini, avvenuta in piazza Aranci all’indomani dell’incidente, mentre in Prefettura si riunivano Giorgio Ruffolo, Vito Lattanzio ed Enrico Ferri, allora ministri del governo De Mita.

«Il giorno dopo – racconta Bigini– partì un’altra grande manifestazione con camion di cavatori in testa, che arrivò davanti alla Prefettura. Le persone erano inferocite e la tensione alle stelle. Ad un certo punto si affaccio al bancone il sindaco Pennacchiotti, per annunciare la chiusura immediata e definitiva della Farmoplant. La gente applaudì e la tensione si attenuò». —

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