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Dottoressa demansionata durante il Covid fa causa per mobbing all’Asl

Dal Noa trasferita a Pontremoli dove sostiene di non essere coinvolta neppure nel giro di visite mattutine ai pazienti

MASSA CARRARA. La sua passione e l’impegno, preteso da se stessa e dagli altri, nelle fasi più critiche della pandemia, non sarebbero state premiate. Anzi, secondo quanto messo nero su bianco sulla causa di lavoro intentata all’Asl (a cui si aggiunge una denuncia penale per le lesioni provocate dal mobbing) l’avrebbero penalizzata. Provocando un suo demansionamento, a partire dal trasferimento dalla struttura complessa (il Noa di Massa) a quella semplice (l’ospedale Sant Antonio Abate di Pontremoli) dove la dottoressa Rosangela Viviani passa spesso ore seduta su una sedia. A far niente perché nessuno la coinvolge nella vita ospedaliera. Racconta, e denuncia, infatti che non è ammessa al giro di visite mattutine e le è impedito di prendere qualsiasi decisione clinica. Non solo: alle richieste di spiegazioni di uno dei suoi legali (l’avvocato Claudio Lalli che l’assiste nella causa di lavoro) l’Asl ha risposto picche. Aggiungendo valutazioni e giudizi sulla dottoressa che sono al vaglio dell’avvocato Claudia Volpi che assiste Rosangela Vivani dal punto di vista penale. L’azienda sanitaria interpellata dal Tirreno replica che sarà l’ufficio legale a seguire la vicenda che la dottoressa ha voluto rendere pubblica. Tutto comincia quando la dottoressa Viviani, dopo 13 anni di lavoro e una luna esperienza come vice primario della rianimazione, diventa responsabile, di fatto, del reparto Covid nel periodo più critico della pandemia. Il momento è delicato, la dottoressa pretende il massimo da se stessa e dal gruppo. Facendo notare, sempre e solo in sede di breefing, eventuali leggerezze o errori con lo scopo di evitare ogni minima fragilità di un reparto quanto mai difficile.

Questo atteggiamento, come si legge poi nelle carte, le crea attriti sempre più pesanti: tanto da deciderle di farle intraprendere una prima causa di lavoro nei confronti dell’Asl: l’azienda infatti spinge per un suo trasferimento. Il giudice le dà ragione ma l’azienda impugna la sentenza, con un reclamo. A quel punto si arriva a un verbale d’accordo, non davanti ai giudici, ma attraverso una scrittura privata. La dottoressa, di fatto, accetta il trasferimento a Pontremoli. Ma qui le cose, secondo quanto viene denunciato, non cambiano. Anzi. Non può assumere decisioni cliniche. Vine esautorata dalle proprie mansioni. La dottoressa si rivolge allora a un altro avvocato, Claudio Lalli e parte una lettera all’Asl in cui si chiede conto della situazione, ormai insostenibile per il medico.


La risposta dell’Asl sulle vicende denunciate dall’avvocato Lalli non arriva, ma arriva una lettera con pesanti valutazioni personali e professionali sulla dottoressa. A questo punto scattano i provvedimenti penali (l’avvocato è Claudia Volpi): la dottoressa sta valutando insieme al suo legale i possibili risvolti penali della lettera della Asl e la denuncia per il “mobbing” . –

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