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Maxi inchiesta sull'assenteismo, gli impiegati si difendono: «Non timbravamo, ma lavoravamo»

Ascoltati dal giudice gli ultimi dipendenti di Provincia e Genio civile. I legali: quelle uscite erano prassi ed erano giustificate


MASSA. Confermano di essere entrati e usciti più volte dalla Provincia o dal Genio civile senza timbrare il cartello, ma solo perché timbravano da un’altra parte (solo nel caso del comandante della polizia provinciale) o perché uscivano per lavorare, e quella, fino al momento dell’inchiesta, era la prassi. Si sono difesi così, ieri mattina, nella camera di consiglio allestita al centro congressi di Marina di Massa, gli ultimi quattro imputati che hanno chiesto di essere interrogati in merito all’indagine sull’assenteismo, prima che il giudice dell’udienza preliminare Dario Berrino decida se e chi rinviare a giudizio. Gli imputati sono 50, in dieci hanno chiesto di essere ascoltati.

E ieri è stato il turno del comandante della polizia provinciale, Giorgio Ceragioli, di due dipendenti del Genio civile, Laura Elda Bertonci e Luca Bozzoli, e di una della Provincia, Eugenia Stocchi.Tutti e quattro si sono difesi sostenendo che le uscite non timbrate fossero più che giustificate, dal momento che sarebbero state uscite di lavoro: per portare fascicoli da un posto all’altro o per servizi esterni. Ceragioli, inoltre, difeso dagli avvocati Enzo Frediani e Paolo Bertoncini, ha spiegato che non era tenuto a timbrare a Palazzo Ducale, avendo le auto di servizio altrove.

L’inchiesta parte nel 2016. A portarla avanti sono i carabinieri di Massa coordinati dal pubblico ministero Roberta Moramarco. Per un paio di anni i militari tengono d’occhio i dipendenti di Provincia e Genio civile, con tanto di telecamere puntate sulle macchinette per le timbrature dei due enti.

Nel fascicolo degli indagati vengono iscritti circa 70 nomi e, nel 2018, per 29 di loro vengono chieste e disposte misure cautelari: 26 persone finiscono ai domiciliari, a tre viene imposto il divieto di dimora nel comune (misure poi sostituite dall’interdizione del lavoro).

L’indagine prosegue e alcuni nomi vengono depennati. Si arriva, lo scorso dicembre, alla richiesta di rinvio a giudizio per 50 persone. Vengono accusate, pur con profili diversi, di falsa attestazione delle entrate e di truffa a danno dell’ente pubblico a cui sarebbero state sottratte ore di lavoro. La procura calcola anche un presunto danno erariale da un massimo di 4.225 a un minimo a 106 (corrispondente a sette ore di lavoro). L’udienza preliminare però slitta di mese in mese: quando perché manca uno spazio adeguato a ospitare tutti gli imputati e i relativi avvocati nel rispetto della normativa anticontagio, quando mancano i difensori.

Il 30 aprile vengono ascoltati i primi imputati. Ieri gli ultimi che hanno chiesto di essere interrogati. Il 16 giugno si terrà la discussione. —

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