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Restano orfani, ma dopo quindici anni aspettano ancora parte del risarcimento

Massa, parla il figlio di Debora Matelli: «L’Asl ha pagato per i danni subiti da me e mio fratello, non per quelli subiti da mamma»

MASSA. Non può colmare il vuoto, non può cancellare le difficoltà di crescere senza gli abbracci di mamma. Non è questo che Edoardo Michelucci si aspetta dal risarcimento per la morte di sua madre. Si aspetta, però, «una forma di giustizia. Un risarcimento non lenisce il dolore – non smette di ripeterlo – ma garantisce un sostegno a due ragazzi in attesa dell’indipendenza economica». Un sostegno che non può arrivare neanche da papà perché la malattia si è portato via anche lui. Eppure quel risarcimento, che i tribunali hanno messo nero su bianco, non arriva. La Corte di appello l’ha riconosciuto, ma l’Asl che dovrebbe garantirlo, non lo versa. Come ha già fatto nel 2016

Una vicenda complessa iniziata nel 2003 quando Debora Matelli, madre di Edoardo e di Lorenzo, avvocata, sente dei noduli al seno. Si sottopone ad una vista: il referto – spiega il figlio – è rassicurante. L’invito è ad effettuare un controllo dopo sei mesi. E quel controllo la paziente lo fa, seppur non dopo sei, ma dopo otto mesi (elemento che pesa a suo svantaggio nella prima sentenza). Il referto di chi la visita la seconda volta è pesante: un tumore aggressivo che, rispetto ad otto mesi prima, ha raddoppiato il suo volume. Nel 2005 Debora chiede aiuto allo studio legale Firomini-Martini: certa che il primo referto abbia consentito l’aggravarsi della malattia, decide di intentare una causa civile contro il medico che l’ha visitata e contro l’azienda sanitaria. Comincia un iter nella aule di tribunale che lei non vedrà concludersi: il tumore torna e se la porta via a 47 anni, nel 2013, strappandola ai suoi due figli, ancora minorenni. I ragazzi rimangono orfani: nel 2006 anche il marito di Debora è ucciso da un cancro. In primo grado la domanda di risarcimento viene rigettata, ma lo studio Firomini-Martini ricorre in appello: nel giugno del 2016 la sentenza di secondo grado. Se la diagnosi di cancro fosse stata fatta alla prima visita – per semplificare il contenuto di quella sentenza – la professionista avrebbe avuto almeno due anni di vita in più. Possibilità definita in base a statistiche, studi e perizie. La Corte prevede un “doppio” risarcimento: uno, di soli 14mila euro, per il danno subito da Debora e uno di circa 200mila euro per i suoi figli, per i due anni in cui non hanno potuto godere dell’amore della mamma. A risarcire deve essere il medico autore della prima diagnosi e, in solido, l’Asl. Il risarcimento riconosciuto ai figli non arriva: i legali attivano la procedura di pignoramento. Non potendo farlo per i beni necessari all’attività sanitaria, minacciano di pignorare la scultura in marmo esposta nella hall del Noa. Il pagamento dei 200mila euro arriva.


Ora la storia si ripete. Per quei 14mila euro riconosciuti a Debora – quindi ai figli, suoi eredi – la famiglia ha presentato ricorso in Cassazione: «Una cifra – Edoardo motiva il ricorso – che non copriva neppure le spese per le cure». La Cassazione accoglie il ricorso e rinvia alla Corte di appello per una nuova definizione del danno. Quella nuova definizione, di decine di migliaia di euro più alta, ora c’è. Ma anche questa volta – spiega Edoardo – Asl non paga: «Si appella alla clausola di un decreto in cui si invitano le aziende sanitarie a concentrare le spese sull’emergenza Covid. Ma – dettaglia Edoardo, studente di legge – non si tratta di sottrarre denaro ai fini sanitari, ma di versare quanto riconosciuto per un risarcimento». Risarcimento che non solo metterebbe un punto – pur nella continuità del dolore – ad una lunga vicenda giudiziaria, ma consentirebbe a due ragazzi di provare a costruirsi un futuro: «I nonni sono anziani, hanno fatto tanto, nella sofferenza. Per me e mio fratello è stata dura, abbiamo perso la mamma negli anni più difficili. Io ho faticato a trovare la motivazione per ripartire. Il risarcimento non spegne il dolore, ma è questione di giustizia e garanzia di sicurezza». Per ripartire da una base che ai figli costruiscono – o ci provano – mamma e papà. Ma Lorenzo ed Edoardo la mamma e il babbo non li hanno più. —

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