Ospite di una rsa in coma, tre condanne

Secondo la Cassazione due infermiere e un’operatrice sanitaria non hanno «prestato le dovute attenzioni» all’anziana

MASSA. L’anziana era entrata in quella struttura sanitaria buona salute. Eppure venti giorni dopo ne uscì in coma, con le gambe gonfie e sporca di urina. A distanza di dieci anni la Cassazione ha stabilito che la responsabilità fu di due infermiere e di un’operatrice sanitaria condannate in via definitiva a un mese (pena sospesa) per lesioni personali colpose per «non aver prestato la dovuta attenzione alle condizioni» della donna «il cui progressivo degrado era tale da poter essere colto anche da profani». I giudice della corte suprema hanno respinto infatti il ricorso di due di loro, Giovanna Vettone (infermiera) e Maria Teresa Del Monte (operatrice sanitaria); la terza, Emanuela Bacci, non ha presentato ricorso contro la sentenza di secondo grado.

I fatti risalgono al 2011, anno in cui la donna entra nella struttura sanitaria di Massa. Ha 89 anni, ma sta bene. Un giorno, però, il figlio la va a trovare e la trova in coma e «in pessime condizioni igienico-sanitarie», si legge nella sentenza della Cassazione. Era in «stato di incoscienza» con «dispersione di urina, edemi declivi, ulcere da decubito con aree necrotiche, grave compromissione della pressione arteriosa, grave ipernatremia con disidratazione, infezione delle vie urinarie con ennaturia e piuria, condizioni che esponevano a pericolo la vita della persona offesa».


La donna viene portata al pronto soccorso e il figlio presenta una querela. A processo ci vanno le tre dipendenti della struttura, che secondo l’accusa dovevano vigilare sullo stato di salute e sulle condizioni igieniche dell’anziana.

In sede dibattimentale viene ascoltato il medico curante della donna il quale esclude che «le gravi condizioni cliniche (impossibilità a camminare, difficoltà di deglutizione) rappresentassero evoluzione delle originarie patologie», e sostiene che «erano insorte successivamente al ricovero nella struttura». Arriva alle stesse conclusioni anche il perito della procura di Massa che aggiunge «che il quadro clinico della degente era ascrivibile alle gravi carenze gestionali della struttura e che i sintomi da questa mostrati da alcuni giorni erano immediatamente percepibili». Anche la nuora dell’anziana dice davanti ai giudici di aver visto un peggioramento. Il medico del pronto soccorso conferma, infine, «di aver evidenziato, oltre allo stato di incoscienza e al grave quadro di shock settico, ulcere da decubito e necrosi».

La sentenza della corte di appello, quindi, si basa su «un compendio probatorio ampio e convergente». La Cassazione ricorda che «come tutti gli operatori di una struttura sanitaria, quale è una rsa l’infermiere, e valga anche per l’operatore sanitario, è ex lege portatore di una posizione di garanzia, espressione dell’obbligo di solidarietà nei confronti dei pazienti/degenti, la cui salute egli deve tutelare contro qualsivoglia pericolo che ne minacci l’integrità». Alla corte di appello «non è certo sfuggito – dicono ancora i giudici – il dato costituito dalle gravi carenze strutturali, su più piani, della rsa (che era la linea difensiva delle tre dipendenti, ndr) così come accertato dalle successive indagini amministrative, ma ha esattamente ritenuto che esse non esimessero le odierne ricorrenti da responsabilità». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA