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Il vicesindaco Martinelli: «Chi scava i monti ora lascia qualcosa in città»

Una cava di Carrara (foto d'archivio)

La svolta: abbiamo cambiato le cose. Il passato: la situazione era disastrosa

Il vicesindaco, con delega al marmo, Matteo Martinelli, ha le idee chiare. Su cave e dintorni la “rivoluzione” grillina c’è stata. «Per la prima volta è stato detto in forma chiara e netta che chi escava le montagne deve lasciare qualcosa alla città. Non era mai accaduto prima». L’intervista con Matteo Martinelli comincia proprio da qui.

Cosa manca per completare la svolta della amministrazione De Pasquale?


«Abbiamo fatto davvero molto, realizzando una riforma complessiva, equa e ragionata delle regole del sistema marmo. Se qualcuno in passato aveva definito questo settore un “far west”, forse un intervento come quello che abbiamo messo in campo era necessario. Pur muovendoci in un quadro normativo regionale molto vincolante, invasivo e complesso (la legge regionale 65 del 2014, il Piano Paesaggistico del 2015, la legge regionale 35 del 2015), siamo riusciti a portare a compimento un nuovo Regolamento degli Agri Marmiferi, la Ricognizione degli Agri Marmiferi, i Piani attuativi dei bacini estrattivi e il sistema di tracciabilità. Si tratta delle colonne portanti della gestione del settore, di strumenti che riorganizzano in modo radicale l’intero sistema e che chi ci ha preceduto non ha avuto il coraggio di mettere a punto. Con questi atti , che hanno richiesto un lavoro molto impegnativo anche agli uffici, siamo riusciti a mantenere fede alle promesse fatte in campagna elettorale. Sono consapevole del fatto che oggi, forse, non c’è la percezione della portata di questo lavoro ma nei prossimi anni chiunque potrà toccare con mano i risultati e vederne i frutti in città. Allora, forse, sia gli ambientalisti che oggi ci chiedono misure più estreme, sia gli operatori che ci coprono di ricorsi capiranno che abbiamo preso la strada giusta, nell’interesse della comunità. Intanto, con l’intervento sul sistema delle tariffe che abbiamo messo a punto ad aprile 2020, abbiamo assicurato alla città un aumento del gettito atteso di circa 3,5-4 milioni, oltre ad aver introdotto delle modalità molto più organiche e puntuali per le rilevazioni. Basti pensare che se nel 2016 sono entrati 19 milioni di euro, applicando a quei quantitativi le nostre tariffe, oggi il gettito sarebbe di 22,5 milioni di euro».

Quali gli obbiettivi a stretto giro di posta?

«Quello che manca per completare la svolta sono i regolamenti attuativi dei sistemi di premialità introdotti dal Regolamento degli Agri e dai Piani Attuativi: ci stiamo lavorando, siamo a buon punto e saranno pronti prima della fine del mandato.

Che situazione avete trovato?

Quando ci siamo insediati abbiamo trovato una situazione molto ingarbugliata. Norme in vigore da anni ancora da applicare e un Piano regionale cave che si preannunciava controverso in dirittura di arrivo. Non è stato per nulla semplice muoversi in questo scenario che, lo ribadisco, chi ci ha preceduto non ha voluto o saputo affrontare e che comuni a noi vicini, dove peraltro l’impatto del settore lapideo è assai minore, hanno faticato e stanno faticando non poco a gestire. Come se non bastasse abbiamo dovuto affrontare problematiche inaspettate relative a problematiche quali i “fuori piano’’ e adesso quella dei fossi e canali demaniali che hanno contribuito nostro malgrado a rendere il clima ancora più teso tra Comune, Regione e operatori. Nonostante questo in quattro anni siamo riusciti a mettere nero su bianco strumenti attesi da anni e dare quindi risposta positiva a chi ci aveva voluto al governo della città per dare una svolta al settore con un intervento energico. Abbiamo agito rinnovando le regole del settore ma siamo intervenuti anche “dal basso”. Un esempio su tutti riguarda la Tari. Nessuno aveva mai chiesto alle cave di pagarla. Una “dimenticanza” non da poco: basti pensare che dal 2018 a oggi è costata al comune € 443.739, di cui 105.035 euro sono già iscritti al ruolo, ovvero sono oggetto di recupero forzato con l’emissione di cartella di pagamento. Solo nel 2020 siamo riusciti a recuperare 129.293,22 euro relativi ai pagamenti dovuti per gli anni 2014-2017. Dopo il nostro arrivo il trend è cambiato e dimostra che, quando ricevono i bollettini, la maggior parte delle aziende paga e lo fa anche puntualmente. Questo dimostra che se per anni le cave non hanno versato la Tari non è perché sono gestite da mascalzoni: è solo perché nessuno la esigeva».

Ricorsi. A che punto siamo? Il braccio di ferro con gli imprenditori continua. Quali sono i punti oggetto di contestazione?

«Sulla ricognizione degli agri Marmiferi abbiamo 21 ricorsi in cui si contesta sostanzialmente la natura stessa delle cave come agro marmifero. Sul Regolamento degli Agri Marmiferi abbiamo 8 ricorsi, di cui uno collettivo a nome dell’associazione Industriali, dove si contestano diversi articoli: tra i più “gettonati” quello che riguarda le norme sulla filiera corta. Sul sistema di tracciabilità, abbiamo 4 ricorsi, di cui 3 collettivi e uno solo singolo, per un totale di una quarantina di società ricorrenti: sostanzialmente viene contestato il diritto stesso del Comune a introdurre un sistema di questo genere giudicato oneroso, sia in termini economici che di impegno di personale. Infine per quanto riguarda i Pabe, abbiamo 31 ricorsi: in questo caso l’argomento principale della contestazione riguarda le quantità sostenibili. Tutti questi ricorsi dimostrano che molte aziende sono arroccate su posizioni superate, non conciliabili con le politiche innovative di cui parlavo in precedenza e con cui questa amministrazione ha incrementato la tutele dell’ambiente e le ricadute dell’attività estrattiva, definendo una gestione più equa del pianeta lapideo». —

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