Alluvione del 2014, argine crollato: quattro a processo ma tutto rischia di finire in prescrizione

Il fiume di acqua e fango che ha invaso Carrara foto claudio cuffaro

Carrara: rinviati a giudizio due dirigenti pubblici, il direttore dei cantieri e il collaudatore per i lavori eseguiti sulle sponde del Carrione

CARRARA. Avrebbero realizzato i lavori in modo difforme dal progetto e con un’opera, peraltro, scadente, provocando l’esondazione del fiume Carrione che la notte del 5 novembre del 2014 ha devastato mezza città. Ci furono oltre 400 sfollati, 1600 case danneggiate, nessun morto ma danni a non finire, come la rabbia. Dopo aver spalato per giorni il fango dalle case, dai negozi e dai palazzi, 2000 carreresi occuparono il Comune per chiedere le dimissioni del sindaco (era Angelo Zubbani). E ci rimasero due mesi, notte e giorno, fino allo sgombero coatto.

Adesso, sette anni dopo, il direttore dei lavori di arginatura realizzati nel tratto del Carrione che va da via Covetta all’Aurelia, il collaudatore e i due responsabili del procedimento, andranno a processo.

Il giudice dell’udienza preliminare, Dario Berrino, ne ha disposto il rinvio giudizio. Sono: Fabio Corso, della ditta Edilizia Tirrenia spa che si è occupata dei lavori, Antonio Riccardo, il collaudatore, Stefano Michela, dirigente della Provincia, e Gianluca Barbieri, all’epoca anche lui dirigente della Provincia e oggi passato in Regione. Sono tutti e quattro accusati di esondazione colposa e truffa. Riccardi anche di falsità materiale per aver firmato il collaudo certificando «contrariamente al vero – secondo la procura – la conformità tra il progetto e le varianti approvato».

Tutto ruota attorno a un tratto di argine situato a monte rispetto a quei circa 200 metri che si sono sbriciolati come un biscotto la notte del 5 novembre. Subito dopo l’alluvione, la Procura, allora diretta da Aldo Giubilaro, aveva infatti chiarito che l’inchiesta non si sarebbe concentrata solo sull’argine crollato (che peraltro era appena stato costruito), ma sulla manutenzione dell’intero percorso del Carrione, 20 chilometri da monti a mare. Quella, d’altronde, era la terza alluvione in circa dodici anni. Da allora sono partiti quindi diversi filoni di indagine, corrispondenti ad altrettanti tratti di argine del fiume.

Il tratto per cui andranno a processo quattro persone è il lotto VII. Qui i lavori per la realizzazione dell’argine sono stati appaltati nel 2007, ma secondo l’accusa non sarebbero stati realizzati a regola d’arte.

Il perito della procura ha rilevato «uno scostamento del loro assetto geometrico rispetto al progetto». La sponda destra sarebbe stato posizionata più all’interno, restringendo in questo modo di circa 90 centimetri «le sezioni di deflusso». Quella sinistra sarebbe stata invece appoggiata sul muro già esistente (come nel tratto di argine crollato più a valle) «con la prevista scarpa a tergo». Inoltre l’alveo non sarebbe stato abbassato come previsto dal progetto.

Secondo la procura, poi, i lavori sarebbe stati realizzati anche in modo scadente. Avrebbero edificato «la scogliera con una serie di criticità tali da comprometterne la stabilità dal punto di vista strutturale». Infine, non ci sarebbe stato nemmeno un controllo sul mancato completamento e sulle difformità delle opere realizzate lungo quel tratto di argine.

I quattro, come detto, sono accusati anche di truffa perché, sempre secondo la ricostruzione della procura, realizzando quei lavori in modo difforme dal progetto, ne avrebbero tratto profitto a danno della Provincia che, infatti, in questo processo è parte offesa. La ditta avrebbe infatti ricevuto soldi per lavori non eseguiti. E i soldi li ha presi dall’ente pubblica.

Questa accusa finirà sicuramente in prescrizione. I reati patrimoniali si prescrivono infatti in sette anni e mezzo. L’esondazione colposa in quindici. Il rischio che finisca tutto in una bolla di sapone c’è.

La prima udienza si terrà a dicembre. Gianpaolo Carabelli, avvocato di Gianluca Barbieri, a Il Tirreno spiega che «quel tratto di argine ha retto durante l’alluvione. È solo entrata un po’ di acqua nel giardino di un condominio, quindi è strana un’accusa di esondazione se l’esondazione, lì, non c’è stata». — RIPRODUZIONE RISERVATA