Le colonie sul litorale, quei gioielli dimenticati

Nella fotografia grande la colonia Torino che ha ospitato l’ostello Turimar fino al 2016

Viaggio con l’architetto Massimiliano Nocchialla scoperta del progetto del Politecnico 

Guardano l’orizzonte come si guarda un’aspirazione non realizzata. Sentinelle silenziose, monumento a quello che il nostro litorale è stato, le colonie sono gioielli architettonici, simbolo delle politiche giovanili fasciste e insieme della ricostruzione nel dopoguerra. Esempio, molte di loro, dell’architettura razionalista che – accanto a quella monumentale e celebrativa del regime – guardando a Le Corbusier, ha puntato alla funzionalità. Simbolo di ricostruzione, sintesi di quel paternalismo industriale che ha visto, nel dopoguerra, le grandi aziende “portare” al mare, a respirare aria buona, i figli degli operai. Dal 1908 quando è nata la prima colonia, la “Qui si Sana”, agli anni dieci del 1900 con la nascita dell’Ugo Pisa, fino alla Motta (1926), alla Fiat (1933), alla Torino, (colonia dei fasci littori piemontesi (1938).

Oggi quelle colonie, alcune ridotte a vecchi scheletri, rappresentano il nodo da sciogliere, sono – per qualsiasi amministrazione – la sfida, la possibilità, ancora inespressa, del rilancio del litorale e dell’economia turistica. Se per anni a stoppare ogni ipotesi di valorizzazione ci ha pensato l’urbanistica, adesso il regolamento c’è e parla pure chiaro: la vocazione turistico-ricettiva rimane, con un 50% di volumetria destinato all’alberghiero, ma – con il chiaro intento di rendere economicamente appetibili le colonie – c’è pure il via libera ad un 25% di residenziale. Case e hotel, certo, ma anche servizi.


Un potenziale enorme, ora del tutto inespresso, di rilancio non solo del litorale, ma dell’intera città. Ma quel rilancio – Massimiliano Nocchi, architetto e docente al Politecnico di Milano ne è convinto – non può essere esperienza isolata. Perché non ci sono colonie – ci spiega mentre ci accompagna alla scoperta di quei gioielli dell’architettura – se non c’è il recupero della fascia litoranea, se manca un intervento a difesa della costa. L’invito, quindi, ad una visione integrata che abbandoni il compartimento stagno. Nocchi (con Davide Del Curto e Giampaolo Rosati) è uno dei docente che, insieme ad un gruppo di studenti del Laboratorio di Progettazione Tematico del Politecnico, nel 2015 ha presentato un progetto di recupero della colonie: alberghi, spa, aree di svago, parchi pubblici, passeggiate. Un tratto di litorale compreso tra via Casola e la Torre Fiat – su quell’area si concentrava il progetto – con vocazione ricettiva, sportiva, sanitaria (intesa come riabilitativa).

Nocchi immagina il viale antistante le colonie, realizzato quando le più antiche già erano sorte, area pedonale: una camminata che – perché no – potrebbe proseguire anche sulle scogliere realizzate a difesa dell’arenile: «Ci sono esempi del genere in alcune città». Integrazione tra l’opera idraulica e l’architettura. Viale pedonale e una serie di strade a “pettine” per l’ingresso nelle strutture. Strutture con volumi e superfici enormi, alcune delle quali diventerebbero ad uso dell’intera collettività.

Certo servono soldi, tanti soldi. Perché se alcune colonie (leggi articolo accanto) sono sul mercato a prezzi irrisori, rispetto al valore storico artistico, l’investimento per il recupero è enorme. E acquistare e investire su un immobile non ha senso se tutt’intorno regna il nulla o, ancora peggio, il degrado. Ecco allora che l’idea di Nocchi diventa proposta: «Partire dalla valorizzazione delle colonie di proprietà pubblica, inaugurare un percorso virtuoso che motivi anche investitori privati». Per dirla sin soldoni: il pubblico fa il primo passo e i privati seguono.

«Il Comune è proprietario della Ugo Pisa – spiega Nocchi – e la provincia della Parmense. È da lì che si potrebbe partire e dalla valorizzazione del litorale». Per rendere appetibile una zona, richiamare investitori e, come in un domino, rilanciare le colonie, quindi l’intera economia turistica. —
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