Per paura del Covid non ci si cura il cuore: raddoppiati i morti a causa dell’infarto

Molti pazienti hanno rinunciato ad andare in ospedale. Il primario dell'Opa, Sergio Berti: chiedete aiuto subito quando state male

MASSA. Ti senti stanchissimo, ti fa male il braccio, respiri a fatica. La prima cosa che dovresti fare è raggiungere il telefono e comporre il 118. Eppure non lo fai: in ospedale non ci vuoi andare perché hai paura. Paura del Covid, paura del contagio. Resisti a casa finché puoi e solo quando non ce la fai più, chiedi aiuto. Ma a volte è troppo tardi. Risultato: in un anno di pandemia crollano gli accessi in ospedale per infarto, ma si impenna la mortalità. I numeri parlano chiaro: meno pazienti che chiedono aiuto e pazienti che, con chiari sintomi di infarto, aspettano troppo a lungo prima di chiamare il 118. A volte attendono oltre le due ore e mezza. Con un effetto immediato: l’aumento del rischio di mortalità. Perché il tempo, quando si tratta di infarto, è davvero preziosissimo. Quanto sia prezioso lo spiega il dottor Sergio Berti, direttore della cardiologica diagnostica e interventistica dell’ospedale del cuore: «Ogni 30 minuti – sintetizza – il rischio di mortalità aumenta del 2%». Eppure c’è chi ha atteso ore: «Abbiamo verificato – il dottor Berti scorre la documentazione che ha raccolto e fatto oggetto di studio – che è aumentato, in epoca Covid, il tempo intercorso tra la comparsa del sintomo e la chiamata al 118. I pazienti, anche prima della pandemia, attendevano troppo prima di contattare il 118. È invece fondamentale, alla comparsa del dolore toracico, chiamare immediatamente». Ma se i minuti di attesa tra dolore e richiesta di aiuto fino al febbraio 2020 nella nostra zona erano di 110 minuti, nel giugno scorso sono arrivati a 208.

Si sono ridotti i tempi di arrivo del 118 – complici anche le strade meno trafficate – e si è ridotto il tempo di trattamento del paziente, ma è aumentato il tempo tra i la comprasa del dolore e la chiamata. Il motivo: evitare l’ospedale. Chi in ospedale ci va, lo fa in extremis e molti rinunciano: gli accessi di pazienti con infarto nel 2020 in Italia sono calati del 48,4%. Calati perché l’infarto c’è stato, ma non ci si è rivolti ai medici. A confermarlo è un aumento della mortalità per infarto passata dal 2,8 percento del 2019 al 9,7 percento nel 2020. I dati locali confermano la tendenza nazionale: nella nostra provincia e in Versilia (zona di riferimento dell’ospedale del cuore) nel periodo del lockdown gli accessi per infarto si sono dimezzati. Se da marzo a maggio del 2019 quegli accessi sono stati 78, nello stesso periodo del 2020 si sono contratti scendendo a quota 37. Nel periodo dal 4 al 17 maggio sono passati dai 20 del 2019 ai 5 dello scorso anno. E anche il dato della mortalità– spiega il dottor Berti – è in linea con quello nazionale.


Il lavoro per l’ospedale del cuore è cresciuto notevolmente: quando in estate il virus ha concesso una tregua molti hanno deciso di curasi, visitarsi, chiedere aiuto. E l’Opa ha dato una mano enorme nella gestione delle urgenze quando il Noa, durante la prima ondata , è diventato ospedale Covid. Adesso il dottor Berti lancia un appello, l’appello alla cura e alla rapidità nella richiesta di aiuto: «Quando si accusa un dolore toracico, è importante chiamare immediatamente il 118, l’elettrocardiogramma viene subito effettuato e via telematica lo vedono anche i medici dell’Opa e dell’ospedale delle Apuane. La diagnosi quindi è rapida. È importante curarsi. Questo territorio può contare su una struttura dedicata alla cardiologia, un struttura importante. Beh, il mio appello è a sfruttarla al meglio quella struttura». Curarsi, quindi, e farlo subito perché prendere in tempo l’infarto significa ridurre pesantemente i rischi di mortalità. —
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