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Negozianti disperati: «Con i contagi alti non c’entriamo nulla, lasciateci riaprire»

Lazzarelli: seguiamo tutte le regole. dobbiamo lavorare. Il timore è che la merce primaverile rimanga invenduta

MASSA. Non c’è corporativismo, non rimarcano un’ appartenenza perché farlo significherebbe tracciare una linea tra “noi e gli altri” e certo i commercianti massesi non intendono inaugurare la “guerra tra i poveri”, tra chi sbarca il lunario e chi, anche tirando la cinghia, non ce la fa. Hanno bisogno però di stare insieme, di raccontarsi: è vero, è zona rossa, è vero i contagi ci sono, ma il mondo si muove. E loro si vedono costretti a star fermi: titolari di centri estetici, gioiellerie, negozi di abbigliamento, tappezzerie. Hanno bisogno di alzare le serrande, tornare al lavoro. La pandemia c’è, loro lo sanno: i protocolli li hanno rispettati tutti e ora chiedono di poter rialzare le serrande. Anche se rimanessimo in zona rossa. Lo chiedono alle istituzioni, partendo da quelle locali, perchè nel Comune vedono il primo interlocutore.

Roberta Pennoni, titolare del centro estetico “Studio 36”, lo ammette: lei ad una forma di protesta ad effetto ci ha pensato eccome. Quella protesta l’ha proposta anche ai colleghi: avvisiamo il sindaco – ha lanciato la sua idea – e scegliamo un giorno in cui aprire le nostre attività. Tutte, nessuna esclusa: «Durante il governo Conte – ricorda Roberta – ai parrucchieri era consentito aprire in zona rossa e a noi no. Abbiamo fatto ricorso al Tar e, arrivato il sì del tribunale amministrativo, sono cambiate le norme. Adesso il governo Draghi in zona rossa chiude non solo noi, ma anche i parrucchieri».


Chi vive di commercio assicura che i negozi da queste parti di grandi numeri davvero non ne fanno: niente calca e niente fila. Il rischio contagio i negozianti non lo vedono: «Non siamo in via Condotti – esemplifica Alessio Filippi, titolare del negozio di abbigliamento Alterego nella galleria Da Vinci – qui in un giorno i clienti sono una decina. Certe limitazioni sono comprensibili per negozi grandi, per punti vendita di grosse dimensioni, per attività come le nostre non hanno senso».

Poco senso hanno, secondo Paolo Balacco, per un’attività come la sua, una gioielleria in galleria Da Vinci: «Per entrare nel mio negozio, è necessario suonare il campanello, davvero se io aprissi, non contribuirei ad assembramenti. Per il secondo anno non posso contare sugli incassi per comunioni, cresime, matrimoni».

Nessun incasso ma – è argomentazione frequente – tante spese e pure i controlli: «Ho ricevuto la vista dell’ufficio igiene – racconta Paolo – ho rischiato la multa perché utilizzavo, per la sanificazione, alcol al 95% e non al 65%». Ci sono le chiusure, ci sono le spese, c’è «una riduzione minima della Tari» e c’è il tentativo di affiancare al negozio, quello vero, l’attività on line, ma – sintetizzano Elpenice Panesi, titolare di May e Piera Tongiani, proprietaria di Toffee – «diventa un problema organizzare i cambi, consentire le prove». Eppure la voglia di comprare è tornata, i commercianti ne hanno conferma. Elpenice spesso è in negozio a sistemare e pulire e «parecchia gente bussa per entrare», ma lei – spiega – è costretta «a spiegare che non è consentito».

La merce di chi vende abbigliamento o scarpe non è deperibile, ma la moda “consuma” stili e gusti e il rischio è che gli abiti primaverili finiscano con una bella scritta “saldi”. Ecco quindi la richiesta di riaprire. Richiesta che formalizza Christian Lazzarelli, titolare degli omonimi negozi di abbigliamento: «Abbiamo sempre rispettato le regole e vogliamo farlo ancora. Chiediamo di riaprire, se necessario anche garantendo tracciabilità con la registrazioni degli ingressi».

Un grido di allarme, comunque composto, e una richiesta di aiuto raccolta da Bruno Ciuffi, presidente di Confcommercio: «Le associazioni devono ascoltare, il settore è in ginocchio, gli operatori sono esasperati». —© RIPRODUZIONE RISERVATA