Ponte di Abiano, l'autista del furgone rosso un anno dopo: «Quel ponte saltellava»

Il ricordo: ho pensato, ecco sono morto. I segnali di pericolo c’erano da mesi

Andrea un anno fa ha pensato che per lui la vita fosse finita sul ponte di Albiano Magra. La strada si è impennata all’improvviso davanti al suo furgone rosso. «Mi sono detto: ecco, ci siamo. Ho pensato a mia moglie, a mio figlio e ho chiuso gli occhi».

È passato un anno esatto da quell’otto aprile dello scorso anno. Andrea Angelotti di anni oggi ne ha 38. Non può più correre e nemmeno saltare. Non può salire le scale due alla volta perché il “corpo estraneo” così lo chiama lui che ha dentro la schiena fa sentire il suo peso. Per Andrea Angelotti la mattina dell’otto aprile dello scorso anno era cominciata come una delle tante.



Andrea cosa ricorda dell’otto aprile di un anno fa?

«Ero partito alle 10 e un quarto da Ceparana, dal deposito della Bartolini. Mi sono fermato al distributore della Eni e poi ho proseguito diretto ad Aulla e Podenzana. Il furgone era pieno, con il lockdown la gente ordinava di tutto. Ascoltavo radio deejay e mi organizzavo mentalmente la giornata. Poi ho visto la strada impennarsi: questione di tre secondi. Mi sono sentito andare giù: sono atterrato col motore acceso, le braccia e le gambe tese, facevo fatica a respirare il dolore alla schiena mi faceva impazzire. La portiera era bloccata: Roberto, un signore che abita all’imbocco del fiume è venuto ad aiutarmi a uscire dal furgone. Non ho mai perso conoscenza. Sdraiato sulla strada ho chiamato mia moglie: con la videocamera del telefono ho inquadrato il ponte di Albiano distrutto, lei ha visto le macerie e si è messa a piangere».

Da quella mattina di un anno fa come è cambiata la sua vita?

«Con mia moglie, quella mattina, ci siamo rivisti all’ospedale di Cisanello. Avevo una frattura, da scoppio, alla vertebra B11 e un dislocamento della colonna vertebrale, Sono stato due mesi a letto, ringrazio mia moglie Sara che mi ha aiutato moltissimo. Ho fatto cinquanta sedute di fisioterapia alla Don Gnocchi de La Spezia. L’infortunio è stato chiuso il due dicembre scorso e il medico mi ha dichiarato ancora non abile a tornare al lavoro. Sono a casa da un anno, mi godo il mio Mattia, faccio un po’ di ginnastica e quando è bel tempo cammino».

Ma, passandoci spesso, non ha mai avuto segnali che quel ponte potesse essere pericoloso?

«Chi come me quel ponte di Albiano lo percorreva anche più volte in un giorno, era da tempo che lo sentiva “saltellare”. A novembre, cinque mesi prima del crollo, ci avevano messo in cerotto. Ma le vibrazioni si continuavano a sentire. Io penso spesso una cosa: se non ci fosse stato il lockdown quella sarebbe stata una strage.

Ha mai riattraversato un ponte dopo il suo incidente?

«Lo devo ammettere all’inizio avevo paura, ma avevo proprio paura a mettermi al volante. In questo è stato fondamentale il supporto di mia moglie e lo è anche adesso: dovrò subire un nuovo intervento alla schiena per togliere i ferri. Lei mi è vicina e mi dà tanto coraggio».

Se ripensa alla mattinata di un anno fa cosa le viene in mente?

«La prima cosa che ho pensato, per mesi e mesi, è che forse sarebbe stato meglio se quella mattina avessi bucato una gomma: così su quel ponte non sarei mai passato. Ci ho pensato tante notti, soprattutto quando cambia il tempo e la schiena mi fa ancora molto male. Però poi mi dico che sono ancora vivo, che posso guardare negli occhi mio figlio e sono tornato a camminare con le mie gambe. Certo il furgone rosso appeso su un braccio del ponte non lo dimenticherò. Mi ha fatto da guscio, mi ha salvato: poi, nei mesi scorsi ha fatto una fine indegna, trascinato via dal fiume in piena». —

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