Cave e segherie, occupazione a rischio: il settore pagherà il fermo dei mercati

L’analisi di Leonardo Quadrelli (Fillea Cgil): il comparto fino a oggi ha retto bene, ma mancano operai specializzati al monte

CARRARA. Cave e segherie: a preoccupare adesso è il fronte occupazionale, con i mesi alle prese con la pandemia che rischiano di scalfire la resistenza dimostrata dal settore. Il calo del personale nel marmo, tanto temuto, per il momento non c’è stato. E anche la cosiddetta "cassa Covid" per il settore marmifero è stata usata con il contagocce.

Ci sono le dovute cautele però, con i dati da maneggiare con cura: perché se il 2021, come quello appena trascorso, sarà un anno scandito dalla parola «resilienza», facendo intuire che ci sarà ancora da stringere i denti, per il segretario della Fillea Cgil Leonardo Quadrelli, il 2022 sarà invece di «crescita con alcuni ostacoli che non ci faranno incrementare come potremmo», precisa prontamente.

È questa la sintesi di un’analisi che arriva a fare il punto della situazione, a un anno, poco più, dal primo lockdown che nella primavera scorsa aveva sancito per un paio di mesi la chiusura anche delle attività del settore marmifero carrarese. Poi un mercato tutto da ricalibrare. E allora, per Quadrelli, se i numeri come si dice hanno la testa dura, è altrettanto vero che ci vogliono delle chiavi adeguate per saperli leggere. «La pandemia - spiega quindi il segretario - ha portato una situazione di difficoltà nel settore che va però letta, per capirne meglio le difficoltà e le prospettive, nei dati Istat che ci consegnano una provincia di Massa Carrara in crescita dal 2010 al 2019 nei valori dell’export sia nei blocchi sia nei lavorati». Un export che, come scriviamo a lato, è calato, sempre secondo le cifre Istat, di oltre 20 punti percentuali nel 2020, con i lavorati che hanno "retto" maggiormente rispetto ai grezzi. Ma Quadrelli, per analizzare il contesto e tracciare gli scenari del futuro, allarga lo sguardo all’ultimo decennio prima del pianeta lapideo ai tempi del Covid: «Il 2020 e buona parte del 2021 saranno anni di "resilienza". Ma il settore è storicamente in crescita», commenta.

E dettaglia: «Infatti il valore dell’export dei blocchi è cresciuto da 136 milioni a 210 milioni di euro (+ 35%, tra il 2010 e il 2019, ndc) con una crescita pressoché costante tranne un picco del 36% del 2017 (211 milioni). Per un valore confermato nel 2018 e 2019. Per quanto riguarda i lavorati - aggiunge ancora a suon di numeri - i 244 milioni del 2010 sono saliti a 329 milioni del 2019 (+25%)». E al piano: «Dal 2015 al 2019 i blocchi sono aumentati del 19%, da 171 milioni a 210 milioni di euro. I lavorati sono calati del 10%, da 367 a 329 milioni». Questo il volume d’affari.

Sul fronte occupazionale, invece, «attualmente non riscontriamo calo del personale per chiusure di attività e anche la cassa Covid è usata in maniera marginale», fa sapere sul "presente" del settore il segretario Fillea che continua: «La pandemia sebbene faccia più paura nel settore dei lavorati (già in difficoltà) ritengo che invece sia proprio in questa parte del settore (a partire da fine 2021) nel quale prima e meglio ci sarà la ripresa. Già una ripresa dell’edilizia, per il bonus 110 per cento, dà un po’ di ossigeno alle piccole aziende legate alle costruzioni. Sono certo che appena i vaccini consentiranno la ripresa delle grande commesse internazionali e i viaggi dei commerciali delle grandi aziende ci sarà un tale incremento di lavoro che ci porterà altri problemi che rischieranno di frenare la crescita».

Insomma, il refrain che arriva per il lapideo, visto dal segretario, è quello di un biennio 2020-21 con il settore che per adesso "tiene", dopo i buoni numeri fino al 2019, ma con le perplessità che arrivano sulle capacità di risposta in vista di una ripresa auspicata a partire dal prossimo anno. «Nel territorio mancheranno giovani operai specializzati al monte, ma soprattutto al piano necessari per fare lavori di qualità, e quindi valore aggiunto al nostro marmo. Il nostro distretto sarà aggredito dal distretto della ceramica che copia i nostri marmi e il nome degli stessi per rubarci fette di mercato internazionale.

Il marchio di distretto di Carrara (marmo estratto e lavorato qui) non c’è e non si vuole veramente fare. Sarebbe stata un’arma utilissima per combattere contro il distretto della ceramica. Peccato», chiosa amaramente.

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