Il racconto di un paziente Covid: lo strazio e il sonno che non torna più

Giacomo Rossi, ricoverato per Covid a 48 anni: «Sento le urla degli anziani. Questo virus è un mostro»

MASSA. Ci prova ogni notte Giacomo Rossi a dormire, ma non ce la fa perché il sonno è abbandono, fiducia. Calma e sicurezza. E lui la sicurezza e la calma non le ha più. Non le trova. Con il buio, ogni notte, tornano le grida. Le urla di quell’uomo al pronto soccorso, in attesa di essere ricoverato. Urla di strazio perché sua moglie non è con lui, ma lui la sente, la chiama, implora il suo aiuto. Quelle grida, ascoltate per ore, mentre il respiro diventa affanno, tornano ora nella notte a tenere sveglio Giacomo: è a casa, dopo dieci giorni di ospedale, con la bombola di ossigeno a fargli compagnia.

Quarantotto anni, un figlio di sei, una salute che mai lo ha messo in allarme, Giacomo si sente male il 9 febbraio. Per 14 giorni è un testa a testa con il Covid che lui combatte a casa, isolato, con le tempie che esplodono, i dolori in ogni angolo del corpo, la febbre e la tosse che non concedono tregua. Poi il 23 febbraio il ricovero: «La saturazione era troppo bassa, mi mancava l’ossigeno. I dolori però, quelli atroci, erano passati. È arrivato invece il dolore più profondo. Un dolore tutto psicologico». Dal primo giorno, in pronto soccorso, di fronte alle grida di quell’uomo disperato: Implorava aiuto, sentiva la voce della moglie che non c’era». La paura e la certezza che un viso amato possa salvarti. Regalarti almeno la speranza.


Giacomo rimane in reparto per dieci giorni e assiste al dolore: lui, una laurea all’Accademia di Belle Arti, quello strazio vorrebbe immortalarlo con la sua macchina fotografica. Ma non arriva il momento, non l’inquadratura. C’è in tutto quel dolore una sacralità che Giacomo non vuole offendere: «Ho scattato una sola foto, con il telefono, davvero non mi sembrava il caso di farne altre». una foto che è sitesi: uo medico coperto con la grande tuta bianca e una luce sottile che entra dalla finestra. Tanto dolore e un filo di speranza.

Il dolore del vicino di letto, anziano, che si trappa fili e cannulle: «Non ce la faceva più, era disperato, si toglieva il casco, non tollerava il respiratore». Un giorno quell’anziano si siede a fatica sul letto, il casco non lo ha più: l’immagine della resa, « lo hanno portato in intensiva e lui ha alzato una mano come a dirmi che era finita. Io l’ho guardato e gli ho ripetuto “Forza, Forza”».

Non rimane vuoto un letto, il covid non lo permette: in camera arriva un nuovo paziente. Cerca l’umanità: «Non riusciva a chiamarmi, non aveva la forza: batteva forte sul materasso e mi allungava la mano. per stringere la mia, Non potevo darglielo, il virus non lo permette». Aveva bisogno di carezze. Giacomo chiama le infermiere, lui che in tanto strazio, in quella «linea di confine», si sente «il più sano»: «Arrivavano e lo accarezzavano. Con i guanti, ma a lungo ». Per fargli coraggio. Di fronte a quell’uomo che gli allunga la mano, come un bambino spaventato,Giacomo scrive all’amico Massimo Michelucci il messaggio di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi. Le vite degli altri che entrano nella tua, quelle vite tornate lontane, che lo tengono sveglio la notte. Si chiede come stiano quei tre anziani, se l’uomo al pronto soccorso abbia riabbracciato sua mogliie, se il paziente che si strappava il respiratore ce l’abbia fatta. Se le carezze abbiano curato l’anziano seduto sul letto. E non dorme perchè «questo virus, se si accanisce, è un mostro. Perché nessuno lo neggi più». Perché le vite degli altri passano nella tua e la segnano. Per sempre. —