Mirella, l’artigiana che resiste: «Non getto via 40 anni di lavoro»

Negozi chiusi in via Cairoli: nello stabile rosa la tappezzeria Nicolini e Mirella Ricci

Tappezziera, racconta la crisi nera: per giorni non entra un’anima. E di 100 euro te ne rimangono 10

MASSA. Lo ammette: ogni tanto ci pensa a tirar giù la saracinesca la sera e a non rialzarla la mattina dopo. Ci pensa perché «se guadagni 100, in mano ti rimane dieci», perché lungo via Cairoli alle sei del pomeriggio non c’è un anima e poco c’entra il coronavirus: sono anni che da quelle parti i passanti li conti sulle dita delle mani. Il resto lo fa la cultura imperante «dell’usa e getta, del consumo rapido», del compro e ricompro a due soldi. Eppure lei, Mirella Ricci, titolare della Tappezzeria Nicolini, la saracinesca continua a sollevarla ogni mattina, da 40 anni. Per orgoglio e rispetto. Nei confronti dei suoi suoceri che quell’attività l’hanno avviata 50 anni fa «lavorando fino a notte anche la vigilia di Natale». E nei confronti di se stessa:« Ho versato 40 anni di contributi e non voglio perderli. Quest’anno va in pensione mio marito, ma io devo resistere ancora cinque anni».

Resistere perché la sua è resistenza, in un centro storico in grave crisi, con l’intero settore commerciale ko. Lei la colpa non la dà al Covid, perché è consapevole che a mettere in ginocchio il commercio hanno contribuito diversi fattori. Alcuni strutturali, dipesi da grandi cambiamenti economici su scala nazionale, addirittura globale, altri, invece, legati a scelte tutte locali: «La nostra è una tappezzeria, un’attività che vive sulla volontà delle persone di recuperare le cose, di non gettare oggetti di valore e di qualità. È stato così per anni, ma adesso – ecco i fattori globali – vince la cultura dell’usa e getta. Anche chi ha disponibilità economica, preferisce comprare cose a basso prezzo per cambiarle subito dopo. Vediamo divani in polistirolo, con la metà delle cinghie che dovrebbero essere utilizzate per una seduta». La cultura di non investire in oggetti che durino e un centro città completamente cambiato: «Siamo in via Cairoli da 40 anni, vedevamo passare tantissima gente da qui. Adesso dopo le 18, Covid o non Covid, non si vede un’anima. Se cadessi per strada di sera – Mirella chiarisce il concetto con un esempio ad effetto – mi ritroverebbero stesa a terra il giorno dopo».


In una economia e in un settore commerciale rapidamente cambiati, con le grandi catene che offrono prodotti a prezzi bassi, con l’e-commerce che impazza, anche la zona a traffico limitato H 24 – Mirella ne è convinta – ha fatto la sua parte. Del resto lei la sua opposizione ad un centro storico chiuso l’ha sempre espressa a gran voce, pasdaran della riapertura anche durante la precedente amministrazione: «Io ho bisogno del transito, i miei clienti dovrebbero mandare una mail ai vigili per passare in Ztl e consegnare una sedia o una poltrona. Ma pochissimi accettano di farlo».

E il lavoro – ogni fattore ha contributo – è calato ben oltre il 50%. Mirella ce la fa ancora perché i fondi sono suoi. Ma la proprietà, che ha vissuto come una grande fortuna per anni, adesso è anche un’arma a doppio taglio: «Certo a 55 anni non penso ad indebitarmi, per spostarmi dovrei vendere per comprare altrove, ma per una buona parte dei miei fondi mi hanno offerto 30mila euro, una cifra irrisoria».

Un quadro pesante e a peggiorarlo ci ha pensato il Covid: «Ci ha dato la mazzata finale. Ci sono giorni in cui non vedo entrare una sola persona». Adesso che la crisi morde la città ha un regolamento del commercio, ma in quello strumento Mirella non vede la possibilità della ripresa: «Sono nata alla Rocca e da sempre so che chi ristruttura, nel rispetto della tipicità del luogo, deve seguire precise prescrizioni. Lo trovo giusto. Ma quel regolamento non fa questo: ci impone piuttosto di realizzare lavori, in un momento pesantissimo. Ho fatto un preventivo: i 4mila euro di contributi a fondo perduto ergati dal Comune non mi basterebbero per adeguare tre delle mie sette vetrine». Vita dura e neanche un euro che avanza per il caffè, ma Mirella resiste. Perché è artigiana da 40 anni. Per i suoi suoceri. Per il diritto alla pensione. —

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